L’ultima lontananza – Opinioni bahá’í 2008, vol. 32, n. 4

L’ULTIMA LONTANANZA

Giovanni Leonardi

…quando mi penso come avremmo fatto quest’anno se ero rimasto a casa, mi viene il freddo spiantati e senza niente in casa e anche la produzione del formaggio che a banca rotta, e finalmente a indovinarne una speriamo che vada tutto bene e che sia l’ultima lontananza che al mio ritorno possiamo sistemarci bene. 1

Sono parole tratte da una lettera indirizzata alla propria famiglia da parte di un emigrante italiano che nell’aprile del 1956 si trovava a lavorare nelle miniere del Belgio e Olanda. Riflettono le condizioni drammatiche in cui quei lavoratori erano impiegati, con il rischio continuo di incidenti (si contavano centinaia di morti ogni anno) e con la silicosi assicurata. Erano condizioni accettate sostanzialmente per due ragioni. La prima consisteva nella consapevolezza che l’emigrazione comportava un miglioramento economico rispetto alle condizioni di miseria sofferte nel proprio paese d’origine. La seconda era la speranza di un imminente e definitivo ritorno a casa con un risparmio capace di garantire prospettive di vita migliori.

Si tratta di parole semplici che esprimono sentimenti comuni della maggior parte degli emigranti che in quel periodo si spostavano da ogni parte d’Italia per le località industriali e minerarie del nord Europa. Il tema della lontananza dalla famiglia, la preoccupazione per i figli e il coniuge lasciati a casa, domina il contenuto di questa corrispondenza. 2 Ricorrono sentimenti di nostalgia verso il luogo natio e la sensazione d’isolamento rispetto ad un mondo che appare estraneo, solo in parte mitigata dalla compagnia di conterranei che condividono le stesse condizioni di lavoro e spesso la stessa abitazione.

1.  Un fenomeno costante

In realtà, spostamenti di gruppi più o meno grandi d’individui da condizioni di precarietà economica verso luoghi che sembrano offrire la prospettiva di miglioramento della propria posizione appaiono, se si studia la storia, connaturati al fenomeno umano. Di questi processi si avrebbe perfino traccia in miti come quelli dell’Eden e di Babele. La prima migrazione sarebbe, in questo caso, quella che Adamo ed Eva affrontano per recarsi verso la parte proibita del paradiso terrestre dove cresceva l’albero della conoscenza del bene e del male mentre la loro espulsione rappresenterebbe il primo esilio.

Leon e Rebecca Grinberg, psicanalisti di formazione kleiniana, hanno applicato i loro studi all’antropologia e alla sociologia e arrivano a sostenere che per certi versi la vita stessa dell’individuo è una metafora dell’emigrazione, se si considerano le varie fasi dello sviluppo come un progressivo allontanamento dai suoi primi oggetti.3

L’evento migratorio determina sempre un cambiamento doloroso e radicale. I sentimenti di perdita si associano ad un’angoscia che sta tra la sofferenza fisica e mentale. Anche quando dipende dalla propria scelta, può portare a sentimenti di persecuzione associati all’idea di non essere amati o di essere cacciati da casa.4 Tali aspetti saranno decisivi nel percorso d’integrazione dell’immigrato e andranno ad incidere, in modo più o meno rilevante, sugli sviluppi dell’interazione tra comunità ospite e ospitato. La comunità ospite, diventata contenitore delle esperienze di estraneità, potrà reagire a sua volta con una serie di problematiche relative all’identità: l’immigrato è uno straniero. La paura dell’invasione o della contaminazione culturale, la concorrenza per il lavoro, specie quello di basso livello, sono solo alcune delle motivazioni che hanno reso e tuttora rendono difficili i processi d’integrazione da parte di questi gruppi di persone. Critico appare in questo processo il numero e la distanza culturale dei gruppi che vengono a contatto.

L’Europa, non diversamente dagli altri continenti, è stata da sempre teatro di spostamenti di popolazioni. Senza andare troppo indietro nel tempo, nel diciottesimo secolo, ad esempio, l’emigrazione rispondeva ad una duplice necessità: quella di chi partiva, per il quale rappresentava un’opportunità per uscire da condizioni di miseria estrema, e quella dei paesi accoglienti – in cui si era avviata la rivoluzione industriale -, che vedevano crescere l’offerta di mano d’opera utilizzabile nello sviluppo, a bassi costi e disposta ad ogni tipo d’occupazione.5 A fianco agli italiani, da sempre popolo d’emigranti erano i polacchi.6

L’emigrazione avveniva anche verso paesi con grandi disponibilità di spazio, in questo caso i nuovi arrivati erano considerati un’utile opportunità per promuovere lo sviluppo economico. Questa disponibilità di territori era la caratteristica del nuovo mondo, dei paesi oltre oceano, era il miraggio dell’America. In questo caso l’animo di chi partiva appare profondamente segnato dalla consapevolezza dell’improbabilità del ritorno; i più avevano solo i soldi per l’andata. Il contesto dell’emigrante che si impegna in una lunga traversata in nave è ben esaminato dai Grinberg. Egli vive in uno stato irreale avendo perduto il mondo conosciuto a favore di un altro che ancora non vede. I compagni di viaggio diventano una nuova famiglia dove si partecipa alle esperienze di una segregazione i cui confini corrispondono a quelli dell’imbarcazione; condividendo una solitudine allargata si diventa “fratelli di nave”.7

I viaggi per mare, ieri come oggi, nel trasportare emigranti si presentavano particolarmente pericolosi. Le imbarcazioni non sempre all’altezza della traversata oceanica. Un lungo elenco di naufragi attraversa la storia di queste avventure. Solo tra gli italiani si contano migliaia di vittime inghiottite dal mare, come ben documenta un articolo di Gian Antonio Stella in cui sono anche descritte le tragiche condizioni ambientali e igieniche subite dai passeggeri di quei bastimenti.8

Con il tempo, inoltre, le possibilità d’accoglienza si riducono anche nei paesi più disponibili d’oltre oceano. Sono emanate leggi che ne limitano la possibilità. Ne soffrono soprattutto popolazioni per le quali quella meta rappresentava non solo l’opportunità di sbocchi occupazionali, ma la principale via di fuga. Come per gli ebrei. In questo caso lo spostamento non era conseguenza d’emigrazione volontaria ma effetto di vere espulsioni. Sono masse di profughi scampati alla persecuzione per motivi prevalentemente razziali e religiosi.

Nell’ottocento questi gruppi si muovono dalle regioni orientali e dalla Russia verso occidente. Sono circa due milioni e mezzo. La prima grande ondata migratoria moderna. Fuggono da nuovi pogrom sostenuti dalla complicità delle istituzioni politiche e militari. Più tardi, destinazione di questi spostamenti diventerà anche la Palestina. Qui arrivano in fuga dalle violenze subite in Germania e nel resto dell’Europa orientale.9

La condizione del rifugiato è ancora più difficile dell’immigrato. Il rifugiato non risponde direttamente alla necessità economica del paese in cui soggiorna. Diventa un problema di politica internazionale ma sempre gestita dagli stati nazionali sovrani che cercano semplicemente di arginarne le dimensioni e i costi, indipendentemente da ciò che significa in termini di vite umane e di condizioni ambientali per le persone. Il fenomeno non si limita agli ebrei, ma a molte altre popolazioni. E’ inutile stilarne un elenco, che conterrebbe quasi tutti popoli del mondo, poiché il contesto è in ogni luogo analogo e risponde ad una logica spietata: la fuga dai conflitti o dalle carestie, dalla necessità in genere. Stranieri e osteggiati gli emigranti, e ancor più i rifugiati, gli esuli, gli scampati, gli sfollati vivono spesso privi dei più elementari diritti.

2.  Figlio di un Arameo errante

Tra le popolazioni del mondo che hanno vissuto esperienze di questo genere, quello ebraico è sicuramente paradigmatico. Fin dalle origini condivide con altre popolazioni della Mezzaluna fertile – pur sede di grandi civiltà stanziali come i Sumeri, gli Accadi, gli Assiri, i Babilonesi e gli Egiziani – fenomeni di seminomadismo le cui tracce sono riscontrabili anche negli scritti biblici:

Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come straniero con poca gente, e vi diventò una nazione grande, potente e numerosa. (Dt 26, 5)

Il passo è tratto dal Deuteronomio, il quinto dei cinque libri di Mosè, la Torah degli ebrei, la parte più sacra della loro letteratura religiosa. Il testo rappresenterebbe, come il nome lascia intendere, una seconda versione della Legge. Secondo i critici moderni si tratterebbe di un’opera tardiva e verosimilmente corrisponde al testo ritrovato nel tempio durante il regno di Giosia dal sacerdote Helkia, nel VII sec. a.C.10 Il fatto che l’ascendenza dagli aramei venga riportata in un testo tardivo, quando da tempo Israele era costituita da una popolazione numerosa e residente, rafforza la consistenza di quella tradizione. Gli aramei erano una popolazione costituita da tribù semitiche seminomadi che, provenienti dalla penisola araba, vagavano intorno al 1500 a.C. nella regione della Siria orientale.11

Riprendendo  la  narrazione  biblica,  cresciuti  numericamente,  in Egitto gli ebrei sperimentarono la schiavitù.

E gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e c’imposero un duro servaggio. Allora gridammo all’Eterno, all’Iddio de’ nostri padri, e l’Eterno udì la nostra voce, vide la nostra umiliazione, il nostro travaglio e la nostra oppressione, e ci trasse dall’Egitto…    (Dt 26, 6-8)

Ma l’emigrazione più nota – o forse più decisiva per gli sviluppi e i destini di alcuni popoli di quelle regioni -, è quella legata alla leggendaria figura del patriarca Abramo. Essa ebbe inizio con la decisione di Terah, padre di Abramo, di partire da Ur dei Caldei per recarsi nel paese di Canaan.12 La citta-stato di Ur si trovava nel territorio meridionale mesopotamico, non molto distante dalla confluenza dei due fiumi: Tigri ed Eufrate. Terah e la sua famiglia viaggiarono per oltre mille chilometri lungo il corso dell’Eufrate verso nord-ovest e arrivarono a Carran. Questo centro si trova a est dell’Eufrate all’altezza di una linea immaginaria che prolunghi la costa meridionale della penisola anatolica: ivi si stabilirono e in quel luogo morì Terah.

Gli eventi risalgono a circa 1900 anni a.C. La città di Ur, che intorno al terzo millennio a.C era stata il centro più importante dal punto di vista religioso e politico della civiltà dei Sumeri (non semiti), in quel periodo era abitata prevalentemente da popolazioni semitiche che tuttavia soggiacevano all’influenza della più forte Babilonia.

Quale sia stato il motivo della partenza di Terah e della sua famiglia non è chiaro ma non è improbabile che la spinta sia venuta da quegli stessi eventi che da sempre stanno alla base dei fenomeni migratori: le carestie, le guerre.

La successiva partenza di Abramo da Carran è invece, secondo la Bibbia, espressa volontà di Dio. Egli appare determinato nel voler fare di Abramo e dei suoi discendenti un popolo a cui offre una terra, Canaan, e un’alleanza il cui segno esteriore fu la circoncisione.13 Ciononostante le peregrinazioni di Abramo non erano finite. Una carestia lo costrinse a partire e ad emigrare in Egitto.14 L’Egitto era la meta privilegiata durante le carestie. Il paese era sinonimo di abbondanza. Il fertile Egitto disponeva di riserve, depositi e accantonamenti, speranza per le popolazioni immiserite di trovare quanto necessario per sopravvivere. Un po’quello che avviene nei nostri giorni, quando gruppi più o meno numerosi di uomini provenienti da paesi poveri si avventurano in pericolosi viaggi per raggiungere l’occidente opulento nella speranza di dare soluzione ai propri problemi.

Ma l’esilio forse più sofferto, o ricordato come tale, nella storia antica del popolo ebraico, fu quello in Babilonia. Esso fece seguito ad un periodo di prosperità e autonomia e all’età di massimo splendore legata ai re Davide e Salomone. Breve spazio di tempo durante il quale la potenza israelitica si poteva paragonare a quella dell’Egitto e a quella dei regni della Mesopotamia. Subito dopo, nel 930 a.C., avvenne la storica separazione, che produsse due piccoli stati e, nel 724, si ebbe la conquista del Regno del Nord ad opera degli Assiri. Dei 27000 deportati, secondo le cronache assire, non si ebbe più notizia. Favorito anche dalle sue asperrime caratteristiche geografiche, il piccolo regno del sud, Giuda, con capitale Gerusalemme, resistette ancora a lungo. Solo nel 587 a.C. Nabucodonosor occupò definitivamente il regno di Giuda, già sottomesso alcuni anni prima, distrusse il tempio, uccise un gran numero di sacerdoti, funzionari e proprietari terrieri e deportò alcune migliaia di persone delle classi più elevate in Babilonia. Il dramma della deportazione fu profondo e doloroso: Gerusalemme era perduta e caduta la dinastia davidica. Il contatto con la cultura babilonese era tanto ripugnante quanto pericoloso per la sua capacità d’attrazione. Giuda corse il rischio di una totale assimilazione e l’ebraismo dell’estinzione.

Il salmo 137 è una struggente testimonianza dell’acuta sofferenza per la separazione dalla terra d’origine e per l’estraneità provata dal gruppo di esiliati:

Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion.

Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.

Là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato, canzoni di gioia, i nostri oppressori:

« Cantateci i canti di Sion! ».

Come cantare i canti del Signore in terra straniera?

Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra;

mi si attacchi la lingua al palato, se lascio cadere il tuo ricordo, se non metto Gerusalemme

al di sopra di ogni mia gioia.

Ricordati, Signore, dei figli di Edom, che nel giorno di Gerusalemme, dicevano: « Distruggete, distruggete anche le sue fondamenta ».

Figlia di Babilonia devastatrice,

beato chi ti renderà quanto ci hai fatto.

Beato chi afferrerà i tuoi piccoli e li sbatterà contro la pietra.

Parole anche dure, evocate dalle mortificazioni dell’esilio, un canto pregno di dolore, compendio dei sentimenti dei molti popoli che fanno esperienze di questo tipo.

Per quanto riguarda la comunità giudaica in Babilonia, con il tempo l’esilio si fece meno duro, ebbe modo di svilupparsi e prosperare tanto che, quando fu emanato l’editto di Ciro, che ne permetteva il ritorno in patria, molti preferirono restare. Babilonia divenne sede di famose scuole rabbiniche che avrebbero dato lustro alla comunità ebraica e portato a compimento quella grande opera che è il Talmud babilonese.

I suoi dotti e i suoi profeti furono il rifugio della comunità e la sua salvezza. Così come lo sarà la dimensione rabbinico-farisaica e la sinagoga15 che seguirà l’ancora più devastante dispersione seguita alla sconfitta delle guerre giudaiche contro i romani del 60-70 d.C. e soprattutto del 132-135 d.C. con la totale distruzione di Gerusalemme e del tempio e con l’interdizione all’ingresso in città per i giudei.

3.  Esule dei mondi”16

Argomentando sul vissuto relativo ad esperienze di estraneità non si può non ricordare la vita di Bahá’u’lláh  (Gloria di Dio),17 compendio esemplare di queste condizioni pur nella dimensione prevalente dell’esilio. Questa, ad una osservazione attenta, appare ancora più lacerante della semplice  migrazione.L’Esule  viene strappato alle sue radici prevalentemente per ragioni politiche o religiose e talora riesce a stento ad avere il tempo di salutare familiari e amici. Costretti ad abbandonare il paese e gli affetti, gli esiliati, come ben evidenziano gli studi dei Grinberg, mostrano una difficoltà maggiore nell’elaborare l’esperienza migratoria. Ciò a causa di due aspetti peculiari che distinguono l’esilio da altre esperienze di estraneità: la partenza imposta e la consapevolezza dell’impossibilità del ritorno.18

A differenza del suo precursore, il giovane Siyyid Alí Muhammad di Shiraz (1819-1850) che assumendo il titolo di Báb – che nell’Islam sciita persiano stava a significare il promesso Imam nascosto e l’avvento degli Ultimi Giorni – pagò presto, meno che trentenne, con la morte le sue affermazioni, le pene di Bahá’u’lláh si protrassero per circa mezzo secolo. Le testimonianze di questi travagli si trovano frequentemente nei Suoi scritti e coprono l’intero arco della Sua esistenza a partire dalla Sua accettazione della missione del Báb. E quando le vessazioni dei Suoi oppositori esterni si attenuavano, per sfinimento, erano subito pronte nuove traversie, talora interne alla comunità e per questo ancora più dolorose: “Tu ben sai, o mio Signore, che sento l’ululare dei lupi che si presentano in veste di tuoi servi”.19

Il suo carattere e la sua posizione di rango, quale figlio di un Vizir dello Sháh di Persia, lo esponevano al biasimo delle autorità. Nello stesso tempo in alcune occasioni gli permisero di proteggere i suoi correligionari dagli attacchi di avversari senza scrupoli. Nel novembre del 1847 – tre anni dopo la proclamazione del Báb e con una fede in rapida diffusione – all’età di 30 anni subì il primo imprigionamento. Tale circostanza si verificò quale conseguenza dell’aiuto economico che egli offrì, durante una visita, in soccorso di alcuni babì tenuti in prigione a Tehrán.20 Si trattò di pochi giorni. Una bella descrizione di quell’evento, del motivo della detenzione e delle scuse che alla fine gli furono profuse si trova ne “Gli Araldi dell’Aurora”, la storica narrazione di Nabil.21

Il secondo episodio ebbe luogo circa un anno dopo, nei primi giorni di dicembre del 1848, 22 mentre cercava di raggiungere i babì assediati a Shaykh Tabarsí. In quella occasione fu imprigionato insieme ad un gruppo di compagni e condotto ad Ámul nella casa del governatore e, in sua assenza, fustigato sulla pianta dei piedi. Fu lo stesso governatore, al suo rientro, a stigmatizzare il trattamento cui fu sottoposto e a ricondurre Bahá’u’lláh e i suoi compagni a Tehrán sottraendoli ai pericoli di una folla fanatica e inferocita.23

L’ultimo imprigionamento in terra persiana, tanto spietato quanto ingiusto, avvenne il 16 agosto 1852 a seguito degli avvenimenti legati all’attentato alla vita dello Sháh Náşiri’d-Dín.24 Dopo alcuni giorni di prigionia, durante i quali Bahá’u’lláh fu interrogato, venne condotto a piedi e in catene da Shimírán a Tehrán e gettato nel Síyáh-Chál, prigione sotterranea destinata in origine a cisterna d’acqua per i bagni pubblici della città.25 Le condizioni in cui fu tenuto recluso furono un tipico esempio dell’inciviltà con la quale molte società trattavano e purtroppo trattano i loro detenuti in certe occasioni, talora indipendentemente dall’averne accertata la colpevolezza e comunque al di là di ogni rispetto di diritti o anche solo di ogni sensibilità umana. Basti pensare che a Bahá’u’lláh per tre giorni e tre notti non fu dato nessun cibo o bevanda. Scagionato dalle accuse cui era stato oggetto, dopo quattro mesi di reclusione, nel dicembre 1852, fu rilasciato. L’emissario del governo che portò al detenuto la notizia della liberazione, nel vedere le condizioni in cui versava, fu mosso al pianto.

Pure, nonostante la dimostrata innocenza, a causa della Sua fede gli fu ingiunto di lasciare la Persia, insieme alla famiglia, entro un mese.

Il 12 gennaio del 1853, Bahá’u’lláh insieme ad alcuni membri della Sua famiglia, partì alla volta di Baghdád che raggiungerà tre mesi dopo, l’8 aprile, dopo un’estenuante viaggio attraverso le montagne coperte di neve della Persia occidentale, in un inverno particolarmente rigido.26

Una sua preghiera riportata da Shoghi Effendi in “Dio passa nel mondo” e scritta in quel periodo, rievoca le prove cui fu sottoposto con accenti che ricordano alcune invocazione del biblico Giobbe:

“La gola che abituasti al tocco della seta, Tu hai, alla fine, stretta con forti catene, ed il corpo a cui desti agio con broccati e velluti, Tu hai alla fine sottoposto all’umiliazione di una prigione. Il Tuo decreto Mi ha incatenato con innumerevoli ceppi ed ha gettato attorno al mio collo catene che nessuno può spezzare.”27

Da Baghdád Bahá’u’lláh moltiplicò gli sforzi nell’intento di tenere insieme le fila di una comunità che dopo la perdita della sua guida, il Bab, sembrava allo sbando. Ma una grave crisi interna, legata all’invidia che la sua emergente autorevolezza aveva acceso, lo amareggiò a tal punto da indurlo ad un esilio volontario, ma non per questo meno doloroso, nella speranza che almeno la sua assenza avesse l’effetto di spegnere ogni contesa.

Il 10 aprile del 1854, un anno dopo il suo arrivo a Baghdád, senza informare alcuno, partì. Secondo quanto riportato da Shoghi Effendi,28 egli non aveva con se che il suo kashkúl: tazza per le elemosine. Assunse il nome di Darvísh Muhammad ed errò tra i deserti e le montagne del Kurdistán.

Sia come  sia,  nella  vita  di  ogni  Profeta,  il  ritiro  nel  “deserto” è un’esperienza che prelude spesso alla fase pubblica, una specie di raccoglimento interiore, di riflessione prima dell’azione. Si racconta di Muhammad, che spesso si ritirava nelle caverne circostanti La Mecca. Ancora più note le tentazioni cui Gesù 29 andò incontro nel deserto dove digiunò per quaranta giorni. Lo stesso periodo durò il ritiro di Mosè presso il monte Sinai ove ottenne le tavole della Legge.30

Il ritorno di Bahá’u’lláh si rese indispensabile per le condizioni in cui versava la comunità e dopo le insistenti richieste di rientro che provenivano persino da coloro che ne avevano indotto la partenza. L’esilio nell’esilio era durato quasi due anni (10 aprile del 1854-19 marzo del 1856).

Per alcuni  anni  la  comunità  si  sviluppò  in  relativa  tranquillità e pur nelle difficoltà della vita d’esilio, i momenti di gioia e pace non mancarono. Ma proprio alla vigilia della proclamazione pubblica della sua missione, nell’Aprile del 1863, Bahá’u’lláh ricevette l’invito proveniente da‘Alí Páshá Gran Visir turco, consegnatagli dal governatore di Baghdád Námíq Páshá, di spostare la sua residenza nella capitale. La notizia gettò nello sconforto l’intera comunità. Un nuovo periodo di incertezza si stava aprendo? Quale sarebbe stato il loro destino senza il loro amato? Cosa gli sarebbe accaduto? Cosa sarebbe accaduto a chi restava?

A questo evento, tanto traumatizzante, Bahá’u’lláh aveva preparato la comunità di credenti con accenni a prossime difficoltà e tribolazioni durante i suoi discorsi dell’ultimo periodo di soggiorno a Baghdád. Ma fu soprattutto la lettura della Lawh-i-malláhu’l-quds, la Tavola del Santo Marinaio, rivelata poche ore prima che la volontà del Gran Visir turco ‘Alí Páshá fosse pubblicamente nota, 31 a rendere chiara l’imminenza degli eventi.

Questa tavola è costituita da due parti, una in lingua araba e un’altra in persiano. Al momento solo quella araba è stata tradotta in inglese e pubblicata .32 (i credenti americani la ricevettero tradotta da Shoghi Effendi già nell’aprile 1922). Dal 1981 è disponibile anche in lingua italiana. 33 Il tema centrale della tavola è la storia del Patto e l’infedeltà degli uomini ad esso. Una tavola estremamente suggestiva, scritta in linguaggio simbolico e ricca di figure allegoriche.

Bahá’u’lláh è rappresentato come il Santo Marinaio e i credenti come i naviganti nell’arca, che nei suoi scritti spesso simboleggia la Causa di Dio e il suo Patto. Nella tavola, le schiere angeliche e le loro differenti rappresentazioni sono indotte a scendere nel mondo e cercare i segni della fedeltà attesa. Ma la ricerca sarà vana e il “Giovane”, altra metafora raffigurante Bahá’u’lláh, si presenterà drammaticamente  “…solo e diserto in terra d’esilio…”. 34 Dunque egli è esule dalla terra natia, solo tra gli esiliati e prossimo ad un nuovo allontanamento.

 Quando la tavola fu cantata dal suo amanuense la comunità ne fu profondamente addolorata poiché era chiaro ch’essa annunciava prossime tribolazioni.35

Era il 3 maggio 1863 quando Bahá’u’lláh lasciò Baghdád per la nuova destinazione, Costantinopoli, che raggiungerà il 16 agosto.

Ai fini della riflessione sull’esilio può essere meritevole di attenzione annotare come in questa tavola, per descrivere l’esperienza di tribolazioni e traversie e la prossima separazione, Bahá’u’lláh usi metafore relative alla navigazione, fino a tempi recenti espressione di incertezza e nello stesso tempo veicolo verso nuovi orizzonti. Il santo marinaio, l’arca lanciata nell’antico mare, lo spiegarsi delle vele, i naviganti, l’approdo alla sacra sponda.

D’altra parte egli farà diretta esperienza dell’esilio via mare. Dopo la breve permanenza a Costantinopoli e dopo il quinquennio di Adrianopoli, l’ulteriore e definitivo confinamento in Palestina avverrà attraversando le acque del Mediterraneo.

Responsabili dell’ultimo allontanamento, che lo porterà come prigioniero, e al di là di ogni possibile umano disegno, nella terra dei Profeti, furono alcuni personaggi che egli stesso stigmatizzerà in alcune sue tavole. Tra questi il Sultano turco ‘Abdu’l-‘Azíz, che emise il Farmán del 26 Luglio 1868 con cui lo si condannava all’esilio nella colonia penale di ‘Akká; Fu’ád Páshá, ministro degli Esteri di Istambul, i cui esagerati rapporti sulle attività della piccola comunità di credenti esasperarono l’animo del sovrano; Hájí Mírzá Husayn Khán, ambasciatore persiano, già tra i responsabili di due precedenti bandi d’esilio e ‘Alí Páshá, Gran Visir (Primo Ministro) turco. Notizie dettagliate su quei tragici avvenimenti, sulla durezza dei comportamenti delle autorità ottomane e sull’intervento, inutile ma significativo, a favore dell’esule da parte di diplomatici e missionari europei, si possono trovare nei testi ampiamente noti di storia della fede Bahá’í. 36

 Attraverso una strada carovaniera gli esuli raggiunsero, in cinque tappe, Gallipoli, città costiera sullo stretto dei Dardanelli ad oltre 200 Km a sud di Adrianopoli.

Giunti in quella località, i più erano ancora in uno stato di incertezza circa la loro destinazione. E’ una triste condizione che caratterizza da sempre l’esilio: l’incertezza. Un breve resoconto di quella condizione ci è dato da Shoghi Effendi: “Anche in Gallipoli, ove trascorsero quattro notti, nessuno sapeva quale sarebbe stata la destinazione di Bahá’u’lláh. Alcuni pensavano che egli e i suoi fratelli sarebbero stati esiliati in un posto e i restanti dispersi e mandati in esilio. Altri credevano che i suoi compagni sarebbero stati mandati di nuovo in Persia, mentre altri ancora si aspettavano il loro immediato sterminio”.37

Nei pressi di quel luogo Bahá’u’lláh rivelò la Súriy-i-Ra’ís. La tavola esordisce con un veemente rimprovero diretto ad ‘Alí Páshá, il primo ministro turco, responsabile diretto, insieme all’ambasciatore persiano, 38 delle traversie di quel momento. La tavola è particolarmente interessante e celebre a causa della profezia che Bahá’u’lláh pronunciò su destini di Adrianopoli. Tali pronunciamenti, contenuti con una certa frequenza all’interno delle tavole di Bahá’u’lláh, specie quelle indirizzate ai potenti della terra, si presentano come formulazioni quasi isolate dal resto del contesto dell’opera ed erano molto attese da credenti e non credenti poiché si realizzavano con puntualità.

La tavola fu, in realtà, rivelata in onore di Hájí Muhammad Ismá’íl- i-Káshání, e a lui si rivolge per la maggior parte. Questo credente viene ricordato con il titolo di Anís (Compagno): “Dimentica la tua menzione del Capo, o Penna, e rammenta Anís, quell’intimo dell’amore di Dio…”39 Un breve racconto della vita e delle attività di questo seguace di Bahá’u’lláh è riportato dalle memorie di Shaykh Kázim-i-Samandar.40

 Il 21 agosto 1868 gli esuli, in numero di circa settanta, salirono su un piroscafo del Lloyd Austriaco e raggiunsero Alessandria il 26 agosto. 41 Il 31 agosto sbarcarono a Haifa e nella stessa giornata trasbordarono su un veliero per raggiungere, sulla sponda opposta della baia, ‘Akká, conosciuta anche come San Giovanni d’Acri, oggi in territorio israeliano, allora luogo di detenzione per criminali e oppositori politici dell’Impero ottomano, assegnato a quel ruolo a causa delle condizioni ambientali, climatiche e igieniche. La lettura della cronaca di quei primi momenti in Palestina, delle condizioni di sfinimento dei confinati al loro arrivo in un torrido pomeriggio d’agosto, il trattamento ostile da parte delle guardie e quello diffidente della popolazione cui erano stati dipinti come criminali della peggiore genia, appare esemplare e comune alle esperienze d’esilio.

Nel piccolo corteo erano presenti alcune donne e numerosi bambini. La fortezza che ospitò Bahá’u’lláh, particolarmente inospitale, era stata edificata sulle rovine delle costruzioni erette dai Crociati nel XII° secolo.

Al loro arrivo il farmán del sultano fu letto pubblicamente nella principale moschea della città in modo da essere di monito alla popolazione. Prevedeva non solo l’esilio ma la rigorosa incarcerazione con la proibizione per gli esiliati di associazione tra loro e con gli abitanti del posto.42

I primi giorni furono particolarmente duri, tre credenti si ammalarono e perirono. Le condizioni di ostilità erano tali che le circostanze relative alle esequie dei mancati furono un triste esempio della mortificazione subita da quel piccolo gruppo di inermi.43

Subito dopo quegli eventi Bahá’u’lláh indirizzo un messaggio ancora al Primo Ministro turco, ‘Alí Páshá, noto come Lawh-i-Ra’ís. Questa tavola è di grande interesse: straordinario compendio dei tristi avvenimenti appena narrati, “manifesto universale” di denuncia delle condizioni vessatorie e arbitrarie subite da chi, indipendentemente dalle reali colpe di cui si è reso responsabile, non gode di alcuna protezione né di alcun diritto. Affronta un tema tanto delicato come la sofferenza dei più deboli: vecchi, donne e bambini che in queste condizioni sono fatalmente le prime vittime. Il tono è il consueto: magniloquente, dignitoso e solenne della Manifestazione di Dio che si rivolge al suo servo, rimproverandolo per le sue azioni malvagie e per la durezza del suo cuore. Lamentando le ingiustizie subite da coloro che per amore l’avevano seguito.

Nella tavola fa riferimento alla sua richiesta di incontrare il sultano – richiesta che doveva raggiungerlo tramite un ufficiale di nome ’Umar- affinché fosse appurata la sincera fedeltà degli esuli. A tale gesto di sottomissione si rendeva disponibile nella speranza di alleviare le sofferenze subite dalle donne e dai loro fanciulli. Ma del messaggio che doveva raggiungere il sovrano non si ha più notizia: “Egli promise di trasmettere il messaggio e di portarCi la risposta. Ma non abbiamo più avuto notizie di lui. Anche se non s’addice a Colui Che è la Verità presentarSi davanti a una persona, quale che sia, in quanto tutti sono stati creati per obbedirGli, tuttavia, date le condizioni di questi figlioletti e del gran numero di donne tanto lontane dagli amici e dalla patria, Ci rassegnammo a questo.”44

Bahá’u’lláh   esordisce   ponendo   il   ministro   davanti   alle   sue responsabilità, non per le vessazioni subite personalmente, ma per quelle che colpivano donne e bambini: “Quale crimine ha commesso un gruppo di donne, bambini e nutrici da dover essere così afflitto dalla sferza della tua ira e della tua collera?”. Fa appello alla ragione religiosa che necessariamente esclude i bambini da ogni responsabilità, e pure alla ragione atea: “A parte questo, neppure coloro che non credono in Dio hanno perpetrato atti così disdicevoli.”

 Poi un lungo elenco di misfatti. A cominciare dal paradosso che poiché la condanna all’esilio colpiva solo Bahá’u’lláh e pochi altri, il resto del gruppo, “libero di accompagnarlo”, dovette pagare personalmente ogni spesa di viaggio, alienando i pochi averi in proprio possesso.

L’effetto sui più deboli dei continui trasferimenti durante il viaggio: “… fummo costretti a cambiare nave tre volte ed è evidente quanto ne abbiano sofferto i bambini.

L’arrivo alla fortezza di ‘Akká: “…confinati nella caserma dell’esercito tutti assieme, uomini e donne, giovani e vecchi. La prima notte fummo tutti privati di cibi e bevande, perché le sentinelle di guardia alle porte della caserma non permisero a nessuno di uscire. Nessuno si dette pensiero della sorte di questi vilipesi. Chiesero acqua e ricevettero un rifiuto.

Il vitto che inizialmente fu messo a loro disposizione: “Tutto questo non è che una goccia dell’oceano di torti che Ci sono stati inflitti e non sei ancora soddisfatto! Gli ufficiali applicano ogni giorno un nuovo decreto e non si vede la fine della loro tirannia. Notte e giorno inventano nuovi stratagemmi. Hanno assegnato ad ogni prigioniero, dalla dispensa del governo, una razione quotidiana di tre pezzi di pane che nessuno può mangiare.

Infine l’amaro episodio della morte di due fratelli nei primi giorni d’esilio e le circostanze della loro tumulazione: “Per un giorno intero le guardie insistettero che i loro benedetti corpi non potevano essere rimossi, finché non le avessimo pagate per i sudari e la sepoltura, sebbene nessuno avesse chiesto il loro aiuto. In quel momento eravamo privi di mezzi terreni e li pregammo di lasciarci fare e di permettere ai presenti di traslare i corpi, ma essi rifiutarono. Infine, fu portato al bazar un tappeto per venderlo e la somma ricavata fu consegnata alle guardie. Si seppe poi che avevano scavato una nuda fossa nella quale avevano posto entrambi quei corpi benedetti, sebbene avessero preso il doppio della somma necessaria per i sudari e per la sepoltura.” Il tappeto era quello usato da Bahá’u’lláh per la preghiera. I loro corpi furono sepolti senza essere lavati, senza sudario, senza bara e con i vestiti che portavano.45 Alcuni anni dopo ‘Abdu’l-Bahá’ riuscirà a porvi una dignitosa pietra tombale.46

 Bahá’u’lláh non tralascia di ricordare al ministro turco le conseguenze delle sue azioni: “Poiché da ogni cosa si manifesta un effetto, un fatto che nessuno può negare tranne coloro che sono privi di ragione e intendimento, è certo che i lamenti di questi bambini e i gridi di questi vilipesi avranno le dovute conseguenze.” Quindi emette una delle sue tipiche espressioni profetiche con cui predice i suoi destini: “Presto, furente di collera, Egli S’impadronirà di te, scoppierà la ribellione in mezzo a voi e i tuoi domini saranno smembrati. Allora gemerai e piangerai e non troverai nessuno ad aiutarti o soccorrerti.” ‘Alí Páshá morì nel 1871 dopo aver lasciato ingloriosamente il suo incarico.

Mette in evidenza la vanità delle cose terrene e gli avvertimenti che pure vengono dal naturale svolgersi degli eventi: “Sebbene sia pieno di illusioni e inganni, pure questo mondo continua ad avvertire gli uomini della loro imminente estinzione. La morte del padre proclama al figlio che anche lui se ne andrà. Volesse il cielo che gli abitanti del mondo che hanno accumulato ricchezze per se stessi e si sono allontanati dall’Unico Vero sapessero chi finirà con il mettere le mani sui loro tesori. Ma, per la vita di Bahá, nessuno lo sa tranne Dio, esaltata sia la Sua gloria.

Sempre in riferimento alla vanita delle glorie umane Bahá’u’lláh riporta un singolare episodio della sua infanzia che rappresentò una chiave di lettura per il resto della sua vita: “Dopo quel giorno, tutti gli ornamenti del mondo sono apparsi agli occhi di questo Giovane molto simili a quello spettacolo. Non hanno mai avuto, né avranno mai, alcun peso e alcuna importanza, neppure nella misura di un granello di seme di senape. Mi meravigliai molto che gli uomini si pavoneggino di tali vanità, mentre coloro che sono dotati di intuito, prima di vedere un qualunque segno di gloria umana, ne percepiscono con certezza l’inevitabile vanità. «Non ho mai veduto nulla senza vedere davanti ad essa l’estinzione. E in verità Dio è un testimone sufficiente!».” Egli narra della rappresentazione di marionette che ebbe luogo durante il matrimonio di uno dei suoi fratelli maggiori.

Rammenta di come esse fossero disposte secondo i gradi d’autorità che rappresentavano, da “Sua Maestà” in giù, dello sfarzo mostrato, del rispetto di ogni formalità. Racconta del potere di vita e di morte esercitato su un ladro con tanto di rappresentazione della sua decapitazione, e poi delle azioni di guerra. Calato il sipario, dopo alcuni minuti ne uscì un uomo con una scatola sotto il braccio: “«Che cos’è quella scatola», gli chiesi, «che cos’è questa rappresentazione?». «Tutta questa sfarzosa rappresentazione e questi elaborati dispositivi», rispose, «il re, i principi e i ministri, la loro pompa e la loro gloria, la loro possanza e il loro potere, tutto ciò che hai visto, si trova ora in questa scatola».” La conclusione logica di tutto ciò è ovvia: “È doveroso che tutti percorrano questo breve tratto di vita con sincerità e con equità. Se una persona non perviene al riconoscimento di Colui Che è l’Eterna Verità, almeno si comporti secondo ragione e giustizia.

Una tavola tutto sommato breve e pure ricchissima di spunti di riflessione. A  cominciare  da  quest’ultima  affermazione:  per  quanto il massimo scopo sia il raggiungimento e il riconoscimento della Manifestazione di Dio, pure l’uomo porta dentro di sé la capacità di orientarsi e agire secondo ragione e giustizia.

4.  Segnali incoraggianti

Dai tempi dell’appello di Bahá’u’lláh il destino di emigranti, profughi, esiliati, rifugiati è stato ed è ancora difficile. Pure qualche passo importante, va riconosciuto, è stato fatto, specie sul piano dei principi, meno su quello dei fatti, ma è già qualcosa riconoscere che il problema esiste ed è rilevante.

Nel 1921 la Società delle Nazioni, fondata nel primo dopo guerra, prende coscienza di questi problemi e istituisce l’Alto commissariato per i rifugiati. Ma l’efficacia è solo temporanea, il secondo conflitto mondiale e i conflitti seguenti aggravano ed estendono le dimensioni del problema. Gli stati nazionali sono impegnati nella difesa delle loro frontiere, limitando al massimo le loro disponibilità all’accoglienza.47

Dal secondo dopo guerra, con l’istituzione delle Nazioni Unite, opera l’UNHCR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati). L’agenzia ha per scopo di sorvegliare l’applicazione delle Convenzioni Internazionali che provvedono alla protezione dei rifugiati. Attualmente l’UNHCR assiste 20,8 milioni di persone, tra rifugiati, sfollati, apolidi e altre categorie di migranti forzati che rientrano nella competenza dell’Agenzia. Il 20 giugno di ogni anno si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale del Rifugiato con centinaia di eventi speciali e iniziative, non sempre opportunamente enfatizzate da parte delle agenzie informative.

Finalmente il consesso internazionale ha preso sempre più coscienza che il problema ha ripercussioni globali e non può essere lasciato semplicemente e totalmente all’arbitrio degli stati nazionali. La Convenzione di Ginevra del 1951 e il successivo protocollo del 1967 contengono le disposizioni che regolano lo status di rifugiato e fanno riferimento alla Carta delle Nazioni Unite e alla dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata il 10 dicembre 1948 dall’Assemblea Generale.

La Convenzione di Ginevra, all’art. 1, definisce rifugiato colui che “…, temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese; oppure che, non avendo una cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale …, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra.

La Convenzione in particolare contiene disposizioni così importanti che non possono essere oggetto di alcuna riserva. La definizione del termine “rifugiato”, come abbiamo visto, e il principio di non-refoulement, secondo il quale nessuno Stato contraente potrà espellere o rimandare (refouler) in nessun modo un rifugiato, contro la sua volontà, verso un territorio dove “…la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a causa della sua razza, religione, nazionalità, appartenenza ad una determinata categoria sociale o delle sue opinioni politiche.”(art. 33)

Resta il problema che ogni dichiarazione, ogni convenzione si presenta ancora all’interno di un quadro dominato e riconosciuto di nazioni sovrane e indipendenti: “gli Stati contraenti”. Lo status di cittadinanza mondiale, così come auspicato dalla Fede Bahá’í non è all’ordine del giorno. Il raggiungimento di un simile requisito cambierebbe radicalmente la posizione giuridica di tutte le condizioni di estraneità rimovendone i presupposti ideologici. A tal fine – come oggi appare facilmente intuibile – deve prendere corpo un processo almeno duplice: in primo luogo a livello globale, con la costituzione di efficienti istituzioni internazionali che facciano proprio il problema di questi gruppi di persone. Questo processo come abbiamo visto sta, pur lentamente, prendendo forma. In secondo luogo a livello nazionale. Qui deve essere accelerato il processo di rimozione delle barriere che le sovranità nazionali pongono a questi sviluppi, a partire dalla formulazione di leggi organiche e moderne in materia d’asilo. Sarà inoltre opportuna la progettazione di piani di collaborazione interstatale con i paesi più vicini a questi drammi che prevedano contributi anche ma non solo di tipo economico. Sarà indispensabile introdurre nei programmi scolastici di ogni ordine e grado un progetto educativo a favore dei cittadini

– efficiente e diffuso sul piano territoriale, propedeutico e irrinunciabile su quello della progressione degli studi – che metta al centro la dignità dell’uomo indipendentemente dalla sua  condizione  sociale,  religiosa, di genere o razza così come sancito dalla dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo e che contempli l’apprendimento di una lingua ausiliaria universale. Tale progetto nell’intento di creare una radicale trasformazione delle coscienze e una nuova sensibilità e disponibilità all’accoglienza presupposto senza il quale ogni legge, pur avanzata, sarebbe destinata al fallimento.

Note

1       A. Campus, Il mito del ritorno, edes saggi, Sassari 1985, pag. 95.

2      Cfr. A. Campus, Il mito del ritorno, edes saggi, Sassari 1985, pag. 9, 48.

3        Cfr. L. e R. Grinberg, Psicanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 191.

4      Cfr. L. e R. Grinberg, Psicanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 73-74.

5        Cfr. S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Editore Milano, 1999, pag. 61, 75.

6      Cfr. S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Editore Milano, 1999, pag. 83.

7      Cfr. L. e R. Grinberg, Psicanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 82

8      Cfr. G. A. Stella, Quando sulle carrette del mare c’eravamo noi, citato in P. G. Viberti, Oltre il duemila, , Agorà Ed. Scolastiche, Torino 2006, pag. 116-118.

9        Cfr. S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Editore Milano, 1999, pag. 78.

10     Cfr. J.L. McKenzie Dizionario Biblico, Cittadella Editrice, Assisi 1981, pag. 241.

11   Cfr. A. e G. Leonardi, Cieli e terre, Casa Editrice bahá’í, Roma 1992, pag. 12.

12   Cfr. Gen 11, 31.

13   Cfr. Gen 17, 8-10.

14    Cfr. Gen 12, 10.

15      Cfr. H. Kung, Ebraismo, BUR, Milano 2005, 153 e s.

16    Bahá’u’lláh, Qad-Iqtaraqa’l-Mukhlişún (nota come Tavola del fuoco) in: Tre Tavole di Bahá’u’lláh, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1981, pag. 14.

17    Titolo assunto da Mirzá Husayn Alí (1817-1892), fondatore della fede mondiale Bahá’í.

18     Cfr. L. e R. Grinberg, Psicanalisi dell’emigrazione e dell’esilio, Franco Angeli, Milano, 1990, pag. 160- 161.

19   Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, Casa Editrice Bahá’í, Roma 2003, XXXIII, 4.

20   Cfr. G. Cameron with W. Momen, A Basic Bahá’í Chronology, G. Ronald, Oxford 1996, pag. 32.

21   Nabil, Gli Araldi Dell’Aurora, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1978, pag. 261-262.

22      Cfr. G. Cameron with W. Momen, A Basic Bahá’í Chronology, G. Ronald, Oxford 1996, pag. 42.

23    Cfr. Nabil, Gli Araldi Dell’Aurora, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1978, pag. 347-355.

24    Cfr. G. Cameron with W. Momen, A Basic Bahá’í Chronology, G. Ronald, Oxford 1996, pag. 54-55.

25    Cfr. Nabil, Gli Araldi Dell’Aurora, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1978, pag. 569-570.

26    Cfr. G. Cameron with W. Momen, A Basic Bahá’í Chronology, G. Ronald, Oxford 1996, pag. 58-59.

27     S. Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 110.

28   Cfr. S. Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 121.

29   Mt 4,2.

30   Es 24, 12-18.

31      Rivelata il quinto giorni del Naw-Rúz 1863.

32    Cfr. A. Taherzadeh, The revelation of Bahá’u’lláh, George Ronald, Oxford 1988, Vol. 1 pag. 229.

33    Tre Tavole di Bahá’u’lláh, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1981.

34     Tre Tavole di Bahá’u’lláh, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1981, pag. 24.

35   Cfr. A. Taherzadeh, The revelation of Bahá’u’lláh, George Ronald, Oxford 1988, Vol. 1 pag. 228 e s.

36      In lingua italiana: L. Zuffada, L’Antico dei Giorni, Vol. II, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1992, pag. 100-124; Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 183-187.

37    Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 186.

38    Bahá’u’lláh, Súriy-i-Ra’ís, in Gli Inviti del Signore degli Eserciti, Casa Editrice Bahá’í, Roma 2002, pag.128.

39     Bahá’u’lláh, Súriy-i-Ra’ís, in Gli Inviti del Signore degli Eserciti, Casa Editrice Bahá’í, Roma 2002, pag. 130

40   Shaykh Kázim-i-Samandar in A. Taherzadeh, The revelation of Bahá’u’lláh, George Ronald, Oxford 1988, Vol. 2, pag. 412-413.

41   Per una narrazione dettagliata delle tappe e delle difficoltà incontrate nel viaggio via mare si veda L. Zuf- fada, L’Antico dei Giorni, Vol. II, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1992, pag. 149-151. Per una storia breve di ‘Akká, lo stesso a pag. 162-167.

42   Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 192.

43      L. Zuffada, L’Antico dei Giorni, Vol. II, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1992, pag. 172-173.

44    Bahá’u’lláh, Lawh-i-Ra’ís, in Gli inviti del Signore degli eserciti, Casa Editrice Bahá’í, Roma 2002, pag. 153-154. Le citazioni successive sono tratte dalla stessa tavola.

45      Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1968, pag. 193.

46    L. Zuffada, L’Antico dei Giorni, Vol. II, Casa Editrice Bahá’í, Roma 1992, pag. 173.

47     S. Sassen, Migranti, coloni, rifugiati, Feltrinelli, Editore Milano, 1999, pag. 95 e s.