Il potere di trasformazione della parola di Dio – Opinioni bahá’í 2009, vol. 33, n. 2

 IL POTERE DI TRASFORMAZIONE DELLA PAROLA DI DIO

Leïla Mesbah Sabéran

INTRODUZIONE

1.    Impegno e pretesa dei bahá’í

Nel sito bahai.fr, sotto il titolo, «Quali sono gli impegni sociali dei bahá’í?»,  è  scritto:

«La vita dei bahá’í è dedicata alla trasformazione personale e sociale. Bahá’u’lláh dice che la trasformazione è il vero scopo della religione e afferma che i processi della trasformazione personale e sociale sono  interattivi  e  complementari.

I bahá’í si sforzano dunque di sviluppare le proprie capacità personali e cercano mediante sforzi collettivi della comunità soluzioni per migliorare la società.

Questi sforzi tendono verso la meta dell’unità del genere umano che richiede l’eliminazione di tutte le forme di pregiudizio, la parità dei sessi, il rispetto dei diritti umani, l’educazione universale, l’armonia fra la scienza e la religione, la scelta di una lingua ausiliaria universale e l’instaurazione di un governo mondiale.

I bahá’í si uniscono a questi sforzi . . . collaborando con organismi non governativi nonché con le Nazioni Unite, con le quali la Comunità Internazionale Bahá’í è in stato consultivo.»1

 2.    Potere civilizzatore delle religioni

Ciò che è descritto dalla locuzione «impegni sociali» corrisponde, in altre parole, alla pretesa civilizzatrice dei bahá’í, una pretesa che si fonda sulla convinzione che Bahá’ulláh è il messaggero di Dio per la nostra epoca, che la sua parola ha il potere di trasformare le persone e la società, che il mondo è influenzato dalla primavera divina.  I  bahá’í  pensano  che  le civiltà  sono  figlie  della «parola  rivelata»,  che  sono  legate  al  messaggio  dei messaggeri di dio, che nascono e si sviluppano sotto l’impulso della loro rivelazione e che decadono e muoiono quando la parola divina rinnovata non è compresa, come è successo alla civiltà egizia, greco-romana, giudeo-cristiana, all’antico impero persiano e, in  tempi  più  recenti, all’impero islamico, prodotti dalle parole di zoroastro e muhammad rispettivamente.

 3.    Il progetto Ruhi

Il progetto Ruhi è un progetto di sviluppo delle risorse umane che il mondo bahá’í sta perseguendo da alcuni anni. Questo progetto in questa fase del   suo   sviluppo   promuove   anche   quattro   attività,   definite   «fondamentali». Queste attività, in  termini molto  sintetici, sono  i circoli  di studio,  ossia incontri di piccoli gruppi durante i quali si studia la Parola di Bahá’u’lláh, le riunioni di preghiera, ossia incontri in cui piccoli gruppi di amici si incontrano in case private per pregare assieme, le classi dei bambini, ossia classi che insegnano ai bambini dai 6 ai 12 anni la storia e i principi della Fede bahá’í nell’intento di avviarli verso una vita spirituale e morale, e i gruppi di giovanissimi, ossia gruppi di giovanissimi compresi fra i 12 e i 14 anni che si riuniscono sotto la guida di un animatore che li avvia verso la moralità e la spiritualità. Tutto il materiale Ruhi è concepito per trasformare se stessi, per trasformare l’altro e per trasformare la società. Il progetto Ruhi e le quattro attività che ad esso sono legate sono un progetto di reclutamento di risorse umane sensibilizzate al potere della parola salvatrice. I circoli di studio, le riunioni di preghiera, le classi dei bambini e i gruppi di giovanissimi nascono attorno al principio della Parola di Dio che forma, trasforma, educa, allevia, guarisce, costruisce. È un meccanismo complesso che ha una sua logica. nella serie dei libri Ruhi, il libro 5 che è il manuale per la formazione dei formatori dei giovanissimi (12-14enni), vale a dire gli animatori della quarta attività fondamentale, spiega e analizza il meccanismo della trasformazione legata alla parola di Dio.

Conclusione dell’introduzione

Questo  scritto  non  intende  compiere  un’analisi  dell’azione  socio-politico-economico-spirituale che i bahá’í stanno svolgendo nel mondo in questo momento, mediante le quattro attività fondamentali raccomandate dalla Casa Universale di Giustizia e messe in atto  da  un  esercito  efficace, disciplinato e appassionato. non intende nemmeno offrire una dimostrazione del rapporto fra le religioni e la civiltà. ma questi temi, appena accennati, sono la premessa di cui tener conto nel leggere quanto ora si dirà del «potere di trasformazione della parola di dio» per comprendere il suo rapporto con ciò che i bahá’í stanno facendo e le convinzioni in base alla quale lo fanno: 1.i bahá’í hanno la pretesa di cambiare il mondo, 2. ci sarà una civiltà bahá’í e 3. il materiale Ruhi è attualmente usato per realizzare questo progetto. Questi tre punti fondamentali devono essere ricordati nel seguente studio del connubio di tre parole: Potere, Trasformazione, Verbo.

ANELITO («desiderio incoercibile») E CATENE

 1.    Significato metafisico del Verbo

In francese «mot» e «parole» sono due vocaboli diversi. (l’italiano «parola per parola» si traduce in francese «mot à mot»; «ultima parola» si traduce in modo diverso in diversi contesti: «Je n’ai pas dit mon dernier mot» non ho ancora detto la mia ultima parola, «dernier mot», ma «al momento di morire, queste sono state le sue ultime parole», in questo caso traduco «ses dernières paroles»; «les mots croisés», «parole crociate», «mot clef», «parola chiave», «en peu de mots», «in poche parole»; «parole, parole, parole», dalida ha tradotto nella sua canzone: «rien que des mots»; «nel vero senso della parola», «dans le sens même du terme». ma, «parole d’Evangile», «parola di Vangelo». «les mots» del dizionario e «les paroles» di dio, «paroles d’honneur», «parola d’onore», «la parola di dio», «le verbe de dieu», in italiano  anche «il Verbo divino».

In questo breve scritto, ci troviamo nel piano simbolico e/o metaforico del Verbo o della Parola, come sottolineano l’Antico e il nuovo Testamento:

«In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio . . . E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità . . . dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia. perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo  di  Gesù  Cristo.»2

 Si comprende che la parola si è incarnata, si è fatta «carne» e «venne ad abitare in mezzo a noi» e che Gesù Cristo venuto  dopo  Mosè  ha  aggiunto alla Parola sulla legge una Parola di «grazia» e «verità». si comprende che la Parola è il «potere creatore di Dio» secondo la Genesi «In principio Dio creò . . . Dio disse: “sia la luce!”. E la luce fu».3 Possiamo anche allargare la metafora: il verbo creatore di Dio, l’impatto della parola del padre. possiamo considerare il silenzio o la fusione come il contrario della parola. Mentre la fusione è tacita, la parola implica una dualità (tu/io), una separazione, un desiderio di ricongiungimento suscitato dalla nostalgia della fusione originaria.

Il ricordo di quel puro

e radioso mattino –

Tepida nostalgia . . .4

In questo caso, parola/silenzio sono due facce di un unico tema, unione, separazione, vicinanza, lontananza. L’unione è fusione, soddisfazione, pace. la separazione fa nascere il desiderio ardente, la ricerca. Il suo contrario è una sorta  di  tregua  e  di  pace,  «v’è  silenzio  oggi  nel  cuore». La preghiera del cuore è grido, silenzio, slancio o umile gratitudine. la preghiera rivelata è parola del Creatore detta dalla creatura. In ambo i casi è una preghiera che trascende «il mormorio delle sillabe e dei suoni».

Questi pochi  punti  non  sono  esaurienti,  ma  possono  già  circoscrivere il vocabolo «parola», nel titolo che ora tratto: «potere trasformatore della Parola di Dio». si tratta dunque dell’esplicita parola incarnata di ogni rivelazione. Mosè è la legge, Gesù è la Grazia e la verità …, si tratta della Parola del Padre che crea e differenzia, si tratta – per chi la comprende e la segue – del ricordo di un paradiso perduto e del desiderio ardente di un paradiso promesso, si tratta di una parola di riferimento che si prende a prestito, soprattutto nella preghiera o come citazione, a sostegno di un’argomentazione.

2.  Trasformazione e tempo

Prima di parlare dell’effetto trasformatore della parola divina, qualche parola su trasformazione e tempo. La particolarità del tempo è di trascorrere inesorabilmente. Le sue caratteristiche sono la trasformazione, l’invecchiamento, la nascita, la morte, la ripetizione. la metamorfosi del bruco in farfalla è uno degli esempi più spettacolari. Il cambiamento che sperimentiamo nel nostro corpo adolescente o senescente e in declino sono segni tanto di vita quanto di morte.

La trasformazione ciclica con l’attesa del ritorno, del rinnovamento (cicli dell’acqua, delle stagioni, della semina . . . ) ci ricorda la nostra contingenza nel ritmo dell’universo. la trasformazione che comporta una crescente complessità, quella che passa da elementi semplici a una struttura più complessa, la divisione della cellula, la trasformazione delle materie prime, sono altri fenomeni della trasformazione costantemente onnipresenti che ci circondano, tanto pregnanti, strazianti, lancinanti  quanto  il  tempo.  la vita e la morte sono differenziazioni e trasformazioni.

«Perché ci sia vita è necessario che si dia una differenziazione di elementi, che, evolvendo, ha come conseguenza la singolarità di ogni essere. Questo processo è conforme alla legge della vita che implica esattamente   che   ogni   essere   costituisca   un’unità   organica   specifica   e possieda al tempo stesso la possibilità di crescere e trasformarsi.»5

Lo sviluppo dell’embrione con tutte le sue potenzialità latenti non può realizzarsi se non ne è assicurata l’accoglienza. Solo in questo caso, grazie al suo ambiente, il feto progredisce e il suo sviluppo fisico,  sensoriale, intellettuale si misura in giorni, settimane.

Si dà il caso che gli sforzi dell’uomo non vadano sempre nel senso di dare una spinta alla trasformazione naturale. Al contrario, molto spesso il destino dell’uomo è quello di resistere, lottare, contro l’ostilità degli elementi: contro la malattia, medianti farmaci o la chirurgia; contro un corso d’acqua, con una diga; contro le montagne, con strade e gallerie; contro la calura estiva o il freddo dell’inverno . . . accade che se l’uomo fa un giardino in un terreno irriguo, deve lottare contro le erbacce, se vuole un giardino in un deserto, deve combattere la siccità. Nella vita quotidiana, il destino della massaia è spolverare, combattere la muffa. se piove, l’acqua marcisce, l’erba dilaga, la jungla avanza, se non piove si insinua il   deserto.   La   vita   produce   rifiuti   infiniti   che   bisogna   buttare   via.   La   vita è una lotta quotidiana per l’ordine e la pulizia, per l’armonia. se non si lotta nel quotidiano, presto il tempo connota il suo passaggio con segni di disordine e di anarchia e la trasformazione operata sulle cose trascurate è decomposizione, non composizione, è morte, non vita.

Altrettanto   dicasi   dell’educazione:   non   educare   significa   abbandonare il bambino a una trasformazione selvaggia sotto l’influenza dell’ambiente. Parlando in termini metaforici educare è come annaffiare un giardino e togliere le erbacce. La trasformazione per opera dell’educazione avviene a diversi livelli, sul piano fisico, intellettuale e morale. L’istruzione richiede informazione, formazione, esperienza, il suo coronamento sono un diploma, il saper fare il mestiere. la trasformazione morale o spirituale è indotta dall’amore,  dalla  fiducia  e/o  dalle  prove.  Talvolta  questa  trasformazione  è una trasmutazione, il cambiamento di mondo e di livello, descritto in alcune delle fiabe di Andersen. Talvolta questa trasformazione comporta una sublimazione, una trasfigurazione  (la  sublimazione  nell’arte  e  attraverso l’arte), talvolta agisce come una resilienza.

L’azione civilizzatrice dell’uomo si è spesso rivelata una forma di lotta contro la trasformazione «naturale». l’agricoltura, l’educazione, le scienze. . . Talvolta l’apprendista stregone è stato surclassato dal proprio stesso potere di trasformazione. Travolto dalla sua potenza trasformatrice, ha distrutto l’equilibrio del pianeta, ha dimenticato la componente spirituale dell’uomo.

La trasformazione è iscritta nel tempo, avviene dopo una maturazione, un’evoluzione o una rottura. Essa si manifesta con segni di degrado o di miglioramento, di costruzione o di distruzione. La trasformazione è spinta da un progetto (per questo le tradizioni spirituali raccomandano di  imparare  a   vedere   la   fine   nel   principio).   La   trasformazione   si   misura in base al percorso compiuto, come un ricamo che progredisce secondo il disegno o un tappeto che è intessuto. La trasformazione è un passaggio da uno stadio all’altro. a partire da un incontro, da un evento, le cose non sono più le stesse, ci sono un prima e un dopo, il crudo diventa cotto, senso irreversibile: compiuta la trasformazione, nulla è più la stessa cosa. perché il fiore fiorisca,  ha  bisogno  di  incontrare  un  certo  numero  di  elementi.  Questi elementi sono il terreno, l’acqua, il sole, la stagione, la regolarità, gli effetti misteriosi della primavera che ci circonda. la preghiera quotidiana, che ci porta  alla  presenza  di  Dio,  è  come  l’acqua.   Le   radici   dell’albero   che   fiorisce sono la storia, la famiglia, la comunità.

Il saggio ricorda il passare del tempo. Come dice saint-Exupéry in un articolo dedicato all’aviatore Jean Mermoz: «È folle piantare una quercia e sperare di goderne l’ombra lo stessso giorno».

Al tempo della primavera della rivelazione della Parola di Bahá’u’lláh avanziamo verso l’unità del genere umano. Questa parola risuona coma la parola giusta nel momento giusto. Ha un effetto trasformatore?

3.  Aspirazione a liberarsi dalle sue catene

La Parola di Dio ci offre lo scopo della creazione: noi siamo sulla terra per conoscerLo e adorarLo. Questo spirito è in noi e noi lo testimoniamo nella preghiera quotidiana «mi hai creato per conoscerTi e adorarTi». Lo stesso sforzo dell’uomo che lotta per opporsi all’ambiente e trasformarlo a proprio vantaggio travaglia l’essere spirituale preso da un’esaltazione«canora» davanti all’universo e all’eternità, per liberarsi dalle sue catene, come  dice  Antoine  de  saint-Exupery,  nei  suoi  Taccuini:

«Forse non è la realtà che è conturbante, ma l’estrema virtù del mito. mi prende un’esaltazione canora. luce nell’uomo? sì, certamente . .. Questo universo nel quale la rinuncia permette di entrare. sempre lo stesso mito . . . abbandona, rinuncia, soffri, lotta, supera i deserti e vinci la sete . . . rifiuta le fonti, e ti condurrò  alla  fioritura  di  te stesso.»

ANELITO desiderio incoercibile E TRAS-FIGURAZIONE

1.   Lessenza di un fiore è divenire «fiore»

L’anelito è un tendere verso «l’essere, che è come animato da un incoercibile desiderio di bellezza».6 François Cheng scrive anche:

«. . . desiderio di compimento , traendo nutrimento dalle sostanze provenienti dal suolo, ma anche dal vento, dalla rugiada, dai raggi del sole. E tutto ciò in vista della pienezza del suo essere, una pienezza posta fin dal suo germe, fin da un  remotissimo  cominciamento,  da ogni eternità . . .»7

Dal bulbo al fiore o dalla candela che arde. Arrivare allo scopo dell’io «la bellezza è questa potenzialità e questa virtualità verso cui ogni essere tende».8

La Parola di Dio  agisce  come  una  rievocazione.  Tutti  i  giorni  con la nostra preghiera quotidiana e il nostro rituale noi facciamo una professione di fede. Questa preghiera è necessaria a noi come l’acqua è necessaria alla pianta.

La Parola di Dio agisce attraverso la comprensione e l’obbedienza. La trasformazione agisce attraverso la fiducia (la fede), la bellezza e l’amore. nelle Parole Celate di Bahá’u’lláh si trova una spiegazione del legame fra i concetti di comprensione/obbedienza e fiducia/ amore-bellezza.

La parola di dio agisce attraverso la comprensione e l’obbedienza.

 

O figlio dell’essere!

Io ti feci

con le mani del potere

e ti creai con le dita della forza

e in te riposi l’essenza della mia luce. siine pago e non cercare altro,  poiché perfetta è l’opera mia

e inviolabile il mio comando. non discuterlo, non dubitarne.9

La  trasformazione  agisce  attraverso  la  fiducia  (la  fede),  la  bellezza  e l’amore.

«Tu sei la mia lampada e la mia luce è in te.»

Ciò che abbiamo in noi per realizzare il nostro nobile destino è prezioso, ma fragile e vulnerabile: un vuoto esistenziale che ci permette di «tendere verso», un’ingenuità, un timore rispettoso, una purezza che ci permette di avere fiducia, di  credere  e  di  amare,  una  luce  interiore  sensibile  al  bene  e al bello.

Abbiamo il potere della comprensione intellettuale, il potere di accogliere e riconoscere la parola giusta, vera, magnetizzante.

2.    Le difficoltà del percorso, della potenzialità di realizzazione

La potenzialità non è realizzazione e la realizzazione non è compimento:

La realizzazione consiste nel progredire nella santità mentre si cerca di pervenire alla presenza di dio. ma la nostra condizione umana ha qualcosa di tragico. disponiamo di due strumenti per esercitare il nostro libero arbitrio:

  1. L’anelito  «desiderio  incoercibile»10   che  ci  fa  «tendere  verso»  e  2.  la  fiducia che ciò «è possibile». I due strumenti sono a doppio taglio: 1. il vuoto in noi è una ricchezza, ci permette di cercare di colmarlo e di tendere verso  l’oggetto del nostro desiderio («verso il mio unico desiderio», come nel mito della dama con il liocorno) ma è anche un’insopportabile sensazione di separazione, tanto che talvolta cerchiamo di colmare il vuoto con falsi dei e di riempirlo con una presenza qualunque, perché la mancanza e l’assenza    sono    difficili    da    sopportare.
  2. Per riuscire a non soffrire, occorre avere fiducia. Con la fiducia nei valori positivi che ci fanno evolvere, noi sviluppiamo qualità e talenti, ma  se  scambiamo  per  adempimento  la  nostra  realizzazione,  la  fiducia alimenta l’ego. rischiamo di annegare, come narciso, nel nostro stesso riflesso. E per sollevare i veli dell’ego, abbiamo bisogno  dell’«acqua della sua parola» e del «fuoco del suo amore».

 

E  quando  l’acqua della tua parola

e il fuoco dell’amor tuo avranno disperso dell’io l’ultimo velo, potrò essere allora

sempre alla tua presenza . . .11

Ci sono anche altri pericoli in agguato. Anche combattere l’ego è una cosa complessa. Qual è l’equilibrio fra la fiducia in se stessi, la  giusta fierezza e l’orgoglio mal risposto. Una bella ragazza deve valorizzare la propria bellezza o lasciarsi andare? un artista deve farsi conoscere o restare nascosto?

La  fiducia  può  degenerare  in  superstizione  (fanatismo).  Possiamo giungere a un uso improprio di questa parola sugli altri e per gli altri. oggi la bellezza e l’amore si trovano in tutte le salse, sono divenuti dei cliché, sono  degenerati.

«Perfino la  bellezza  può  essere  volta  dal  male  in  strumento  di  inganno, di dominio o di morte . . . Istintivamente, noi sappiamo che una parte del nostro compito è proprio distinguere la bellezza vera da quella falsa.»12

«Capisco istintivamente che senza la bellezza, la vita non varrebbe probabilmente la pena di essere vissuta e che, d’altra parte, un certo tipo di male proviene proprio da un uso orribilmente pervertito della bellezza.»13

Siano quel che siano le difficoltà del percorso, possiamo capire l’osservazione di Cheng e dire che senza  fiducia,  amore  e  bellezza  «la  vita non varrebbe probabilmente la pena di essere vissuta».

Chi insegue l’ideale tende verso l’«Inappagato anelito», «la vera bellezza è slancio dell’Essere verso la bellezza e continuo rinnovamento di questo slancio; parimenti la vera vita è slancio dell’Essere verso la vita e rinnovo ininterrotto di questo slancio».14 Il tema è ampiamente trattato da Cheng:

«il nostro senso del senso, di un universo dotato di senso, proviene anche dalla bellezza nella misura in cui, precisamente, questo universo costituito di elementi sensibili e sensoriali assume immancabilmente una direzione determinata, tendendo – al pari di un  fiore,  di  un  albero  –  verso  la  realizzazione  di  quel  desiderio di espansione che porta in sé, fino al momento in cui afferma definitivamente   la   pienezza   della   propria   presenza».15

«L’unicità degli esseri, trasformando questi esseri in presenza,  ha reso possibile la bellezza».16

«Lo sguardo trasfigurato di Monna Lisa ci rivela come una bellezza autenticamente incarnata non è mai la bellezza di una mera figura. Essa è trasfigurazione, in virtù della grazia dell’incontro, di una luce interiore e di un’altra luce che è data da sempre, ma infinitamente oscurata. E il termine «trasfigurazione» è qui da intendere nel senso di ciò che si trasforma dall’interno e al tempo stesso come ciò che traspare nello spazio tra finito e infinito, tra visibile e invisibile».17

 3. Il sacro è legato alla bellezza

Finora, per presentare la Fede bahá’í i bahá’í erano abituati a entrare attraverso la porta della ragione. Il programma attuale è la «spiritualità» (fiducia, amore,  bellezza).  Dato  il  titolo  di  Bahá’u’lláh,  Bellezza  Benedetta, si può supporre che la bellezza delle terrazze in  Terra  Santa  prefiguri  il posto che la bellezza avrà nella civiltà futura.

Queste parole di Cheng tratte da Cinque meditazioni sulla bellezza evidenziano il legame fra la Bellezza (Jamál) e il sacro.

«Per quanto riguarda la bellezza, possiamo constatare in modo oggettivo che di fatto il nostro senso del sacro, del divino, proviene non dalla semplice constatazione del  vero  –  ovvero  da  qualcosa che compie semplicemente il suo percorso, assicurando il proprio funzionamento -, ma piuttosto dalla constatazione del bello, vale a dire di  qualcosa che  stupisce  in virtù  del  suo enigmatico  splendore, che abbaglia e che soggioga. l’universo cessa allora di apparire come un mero dato; si rivela come un dono che stimola la riconoscenza e la celebrazione».18

«Ogni esperienza di bellezza evoca un paradiso perduto e invoca un paradiso promesso».19 Ogni esperienza di bellezza, così breve nel tempo pur trascendendo il tempo stesso, ci restituisce così ogni volta la freschezza dell’alba del mondo.20

«La bellezza è qualcosa che è virtualmente presente, da sempre presente; è un desiderio che scaturisce dall’intimo degli esseri – o dell’Essere – come una sorgente inesauribile che, più che come figura anonima e isolata, si manifesta come presenza irradiante e unificante, capace  di  invitare  al  consenso,  all’interazione,  e  dotata di  un  potere  trasfigurante».21

«L’unicità degli esseri, trasformando questi esseri in presenza,  ha reso possibile la bellezza».22

«Questo fenomeno dell’unicità si riscontra all’interno della dimensione spaziale come di quella temporale. nello spazio, gli esseri si evidenziano e si distinguono in virtù della loro unicità. nel tempo, ogni episodio, ogni esperienza vissuta da ciascun essere è parimenti segnata dal sigillo dell’unicità. Il pensiero di questi momenti unici, quando si tratta di episodi belli e felici, suscita in noi dei sentimenti acuti, venati  da  un  senso  d’infinta  nostalgia.  Lì noi ci arrendiamo all’evidenza che l’unicità dell’istante è legata alla nostra condizione di esseri mortali – e questa unicità non fa che ricordarcelo senza tregua. È per questo che la bellezza ci appare quasi sempre tragica, poiché siamo istintivamente percorsi dalla consapevolezza che ogni bellezza  è  effimera.  È  questa  l’occasione per sottolineare fin da ora che  ogni  bellezza  è  un  tutt’uno  proprio con l’unicità dell’istante. Una vera bellezza non potrebbe mai essere uno stato cristallizzato perpetuamente nella propria fissità. Il suo evento, il suo venire alla luce, qui, costituisce sempre un istante unico; è il suo stesso modo d’essere. poiché ogni essere è unico e unico e irripetibile è ognuno dei suoi istanti, la sua bellezza risiede nel suo slancio istantaneo verso la bellezza, continuamente ripetuto, e ogni volta come nuovo».23

«In quanto presenza, ogni essere è virtualmente abitato dalla capacità di bellezza, e soprattutto dal desiderio di bellezza . . . l’universo . . . è abitato da un insieme di presenze».24

«All’interno della presenza di ogni essere, e da una presenza all’altra, tende a stabilirsi una complessa rete di intrecci e comunicazioni. All’interno di questa rete si situa, per l’appunto, il desiderio che percepisce ogni essere di tendere alla pienezza della propria presenza al mondo. Più un essere è consapevole, più questo desiderio in lui diviene complesso: desiderio di sé, desiderio dell’altro, desiderio di   trasformazione   nel   senso    di    una    trasfigurazione    e    –    in    modo più segreto o più mistico – un altro tipo di desiderio, quello di ricongiungersi con quel desiderio originario dal quale l’universo stesso sembra procedere, nella misura in cui questo universo appare nella sua totalità come una presenza densa di uno splendore occulto o manifesto».25

4. Il rispetto del corpo

Altrettanto dicasi del corpo umano. Come la bellezza e l’arte, il nostro corpo ha un che di sacro. È unico, è il ricettacolo delle nostre facoltà, è il tempio dell’anima, è uno strumento sensibile posto sotto il nostro controllo, capace    di    percepire,    di   riflettere.

L’uomo è un essere religioso perché seppellisce e rispetta i morti. Dobbiamo il medesimo rispetto anche al nostro corpo vivo. Mediante il nostro corpo possiamo esprimere la nostra capacità di percepire. Tutto è metafora del mondo spirituale:

«. . . anche la pulizia del corpo, per quanto sia una cosa fisica, nondimeno esercita una grande influenza sulla vita dello spirito».26

«Purità    e    santità,    pulizia    e    finezza    in    ogni    aspetto    della    vita    elevano    la condizione dell’uomo e favoriscono lo sviluppo della sua intima realtà».27

Ciò che vale per la pulizia vale anche per la raffinatezza che possiamo coltivare esigendo dai nostri cinque sensi nobiltà e qualità che favoriscano lo sviluppo dell’intima realtà dell’uomo.28 Le nostre percezioni spirituali sono    figlie    delle    nostre    percezioni    materiali,    noi    percepiamo    mediante i cinque sensi, l’arte (come quella culinaria) si basa sui cinque sensi. Comprendiamo le metafore spirituali, perché gli occhi, il naso, le papille gustative, le orecchie, la pelle, il sesso ci hanno permesso di accedere al mondo spirituale. I sensi più primitivi, quelli che risvegliano il lattante al desiderio, l’odore di colei che si occupa di lui, la sua voce, le sue carezze, sono strumenti per sentire e percepire la qualità della vita qui e per essere metaforicamente preparati a intravedere la vita laggiù. Il nostro compito è di raffinarli  e  di  conseguire  con  pudore,  per  loro  mezzo,  quel  raffinamento di cui parla il Più Santo Libro. Il  distacco  dalle  cose  del  mondo  non  significa vivere   facendo   atrofizzare   i   cinque   sensi.

CONCLUSIONE

L’uomo nuovo, ossia trasformato, avrà la conoscenza, sarà capace di ricevere e donare amore, sarà  raffinato,  sensibile  all’amore  e  alla  sua bellezza.

Egli è benevolo, moderato e pudico, non parla male di nessuno, ha aspirazioni spirituali, produce conoscenze e arti che elevano. È al servizio del genere umano. Ha tempo da consacrare alla preghiera, alla bellezza e all’umanità (la cosa più preziosa che abbiamo è il tempo. Il dono più prezioso che possiamo offrire a Dio e a coloro che amiamo è il tempo. È un modo sicuro per combattere contro l’aspetto distruttore del tempo).

Il paesaggio  nel  quale  si  evolverà  quotidianamente  l’uomo  nuovo  sarà a dimensione d’uomo ed equilibrato. Da un lato l’attenzione al prossimo sarà immediata, i rapporti umani saranno rapporti di vicinato e dall’altro la visione sarà grandiosa e universale per quanto riguarda il simbolo, la morale, l’aiuto reciproco, la scienza, la condivisione delle risorse, l’erudizione e la ricerca.

Da una parte amerà la bellezza, dall’altra coltiverà l’amore e la socievolezza e dunque farà molta attenzione alla comunicazione, allo scambio, alla cura del prossimo.

L’uomo nuovo avrà l’occasione per sviluppare i suoi talenti e le qualità che la trasformazione ha prodotto in lui. nel mondo nuovo ci sarà posto per tutti e la diversità sarà preservata.

per il momento tendiamo verso un’unità che non abbiamo ancora.  Ma tanto più la conseguiremo, tanto più la diversità sfumerà. La meta non sarà dunque l’unità nella diversità, ma la preservazione della diversità nell’unità, per non cadere in un sistema totalitario.

Note

1  < www.bahai.fr/ >.

2  Giovanni I, 1-2, 14, 16-17.

3  Genesi I, 1, 3.

4  Julio Savi, Lontananza. Poesie (Casa Editrice Bahá’í, roma, 2001), p. 90.

5  François Cheng (Bollati Boringhieri, Torino, 2007), Cinque meditazioni sulla bellezza, p. 24.

6  Ivi, p. 23

7  Ivi, p. 25.

8  Ivi, p. 27

9  Bahá’u’lláh, Le Parole Celate (Casa Editrice Bahá’í, 1999), dall’arabo, n. 12.

10 Cheng, Cinque meditazioni, p. 23.

11 Savi, Lontananza, p. 85.

12 Cheng, Cinque meditazioni, p. 8.

13 Ivi, p. 12.

14 Ivi, p. 34.

15 Ivi, p. 22.

16 Ivi, p. 19.

17 Ivi, pp. 48-9.

18 Ivi, p. 21.

19 Ivi, p. 35.

20 Ivi, p. 36.

21 Ivi, p. 23-4.

22 Ivi, p. 19.

23 Ivi, pp. 16-7.

24 Ivi, p. 17.

25 Ivi,  p. 18.

26 ‘Abdu’l-Bahá, Antologia (Casa Editrice Bahá’í, roma, 1987), p. 143, sez. 129.

27 Ibidem.

28 Vedi ibidem.