Il colloquio tra l’Amico e l’Innamorato – una qasidè di Bahá’u’lláh – Opinioni bahá’í 2009, vol. 33, n. 1

Bahá’u’lláh

Huva’l-Mughanní fí kulli sha’n

In ogni tempo e circostanza Egli è il Cantore1

(Traduzione provvisoria di Faezeh Mardani e Julio Savi)

1. All’alba l’Amico venne al mio letto:

«O folle d’amore, o cuore affranto,

2. O tu, in ogni luogo per Me travagliato

e in ogni contrada per Me prigioniero.

3. Ora un’aspide avvolta al piede,

ora rutilanti catene al collo.

4. O tu, senza comodo letto la notte e

senza requie ognora dai travagli del mondo.

5. Alla vampa del tuo gemito il cuore del mondo s’è consumato

e al tuo dolore il centro dell’universo s’è incendiato.

6. Ora un cappio al collo come servo ribelle,

ora trascinato in catene fino al bazar,2

7. Ora oppresso in mani tiranne,

ora giorno e notte in crudeli prigioni.

8. In fiamme, per il tuo dolore, i cuori degli amici,

rabbuiati per i tuoi sospiri i volti degli amanti.

9. Spargono i tuoi occhi rubini di sangue

e s’arrossa l’occhio dell’alba.

10. Sulla Mia via patisci ogni pena

e non ti disamori, non ti lamenti, non gemi.

11. Perché non riposi sta notte,

perché s’è affilato il tuo corpo?

12. La notte ti giri e rigiri nel letto,

ti rivolti e ti lagni come al morso d’una serpe.

13. Perché queste smanie e questi lamenti?

Perché così pallido il volto?».

14. Risposi: «O Amico, o Guaritore dell’anima mia!

Come mai sei qui al capezzale di questo infermo?

15. O Tu, per il cui volto il sole sorge nel cielo!

O Tu, per il cui amore l’essenza della quiete s’inquieta!

16. Il cielo colma di perle il suo manto

e lo stende ai piedi della Tua maestà.

17. Vuoi sapere come sta il Tuo innamorato?

Scoprine i misteri dal pallore del volto.

18. Il sospiro svela l’enigma del cuore,

l’occhio lacrimoso il segreto dell’anima.

19. Per amor Tuo ho ricevuto frecce crudeli

e sono caduto nelle mani degli empi.

20. Mi han trascinato per monti e pianure,

mi hanno portato di fronte ai malvagi.

21. Dovessi narrare ciò che per Te ho sopportato,

la mia lingua cesserebbe di parlare.

22. Non mi dolgo per la Tua lama crudele, o Amico,

e soffrire per Te mi è caro come il mio cuore.

23. Amo il Tuo decreto come la vita

e il mio spirito anela a soffrire per Te.

24. Non reciderà il laccio del Tuo amore, l’anima mia,

le tagliassero la testa con ferro mortale.

25. Ho legato il cuore alla ciocca dei Tuoi capelli,

ché mai se ne sciolga fino al Dì del giudizio.

26. Non sarò ribelle al Tuo amore,

mi uccidessero ogni attimo centomila volte.

27. La notte ardo nel fuoco dell’angoscia,

ché non è ancora sulla forca, o Amico, la mia testa.

28. Per mirare il Tuo etereo volto, o Unico,

nudo a Te mi presento, o Signore.

29. Son tornati al nido gli uccelli dell’eternità,

noi oppressi e desolati siam rimasti qui sulla terra.

30. È ora di issare lo stendardo, o Mistero divino,

dall’Invisibile protendi la mano,

31. Per liberare i mortali dalla polvere

e forbire dalla ruggine gli specchi dei cuori.

32. Sciogli tutti dalle catene del mondo,

pellegrini e compagni.

33. Poni sul loro capo la corona dell’accettazione,

cingi il loro tempio con il cordiglio dell’amore».

34. Basta così, o derviscio, non tormentarci oltre,

ché da questo colloquio si sono già sparse molte scintille.

Il colloquio tra l’Amico e l’innamorato:

una qasidè di Bahá’u’lláh

Faezeh Mardani e Julio Savi

Preceduto in questo da Zoroastro, l’altra Manifestazione di Dio probabilmente nata in territorio persiano circa tre millenni prima, che era un poeta e che è probabilmente l’autore delle celebri Gatha (inni) degli zoroastriani, Bahá’u’lláh scrisse molte poesie nel corso del Suo pluridecennale ministero. La Sua poesia di cui qui si presenta una traduzione provvisoria italiana risale al periodo iracheno e specificamente al biennio che Egli trascorse nel Kurdistan (10 aprile 1854 – 19 marzo 1856), conducendo la vita del derviscio. Lo si può dedurre se non altro dal takhallus, il nome d’arte che gli autori delle poesie liriche persiane introducono alla fine dei loro componimenti poetici. In questo caso Bahá’u’lláh si firma «derviscio», un nome d’arte che Egli usò per l’appunto solo in quel periodo. Questa poesia è una qaṣída o qasidè, un’ode, di 34 distici rimata in ár.

La qasidè

Alessandro Bausani così descrive la qasidè: «strumento principe della lirica araba . . . fu introdotta in Persia, dove fu ed è usata soprattutto come strumento di poesia panegiristica o anche filosofica e moraleggiante, mentre il ghazal ha per soggetto il vino, l’amore, la primavera e la mistica. La qaṣīdè classica ha, dal punto di vista del contenuto, una prima parte detta «tashbīb» o «nasīb» dove si piange la separazione dall’amata o si descrive la sua dimora abbandonata o la primavera, una parte lirica cioè, dalla quale si passa, con qualche abile artificio di uno o due versi (gorīzgāh, passaggio), alla seconda e più importante parte, che è il «madīḥ» o panegirico . . . La qaṣīdè può avere nomi diversi secondo il soggetto trattato: vi può essere ad esempio l’elegia, «marsiyè», che piange morti gloriosi (specialmente gli «imàm» sciiti, martiri della loro fede). Il frammento (qeṭ’è)non è che qualche verso di qaṣīdè».3

Nella qasidè si distinguono in genere tre parti. La prima parte, il nasíb, parla d’amore: il poeta arriva in un luogo dove dovrebbe incontrare la sua amata, ma l’amata è già partita. La seconda parte, più lunga della prima, detta riḥla [o raḥíl], descrive un viaggio: l’innamorato deluso e affranto va tra i pericoli nel deserto, pensando all’infedeltà femminile. La terza parte ha contenuti ora panegiristici, madíḥ, ora satirici, hijá, ora, e più raramente, moraleggianti, ḥikam. Altre volte è un’auto-esaltazione, fakhr.

Nelle qasidè i poeti fanno sfoggio di abilità tecnica, introducendovi varie figure retoriche. Fra queste Bausani descrive la tashbíh, o assimilazione, «la nostra comparazione», l’ḥashv, o ridondanza, la «giustapposizione di sinonimi a rafforzare un concetto poetico», il tanásub, l’introduzione di «cose naturalmente associate insieme, come per esempio: arco e freccia, notte e giorno, ecc.», l’ḥusn-i-ta’líl, o «etiologia fantastica, l’attribuzione cioè di cause fantastiche, poetiche, a fatti e cose reali, il raddu’1-‘ajiuz ‘ala’ṣ- ṣadr, che «consiste nell’usare la stessa parola in due parti differenti del verso, il che dà un senso di ritmicità all’insieme», il tazmín, ossia la citazione di un «verso molto famoso di un altro poeta», la mubálighih, o iperbole, l’ḥusn-i-maqṭa’, o bel verso finale, che «consiste nell’abile richiesta di premio da parte del poeta che si firma nell’ultimo verso della sua qaṣīdè» e il ta’ríkh, o cronogramma, «cioè l’inserire nel verso una data calcolabile mediante i valori numerici delle lettere.4

Innovazioni formali e tematiche in questa qasidè di Bahá’u’lláh

Bahá’u’lláh fa un uso molto libero della qasidè, introducendovi innovazioni formali e tematiche. Dal punto di vista formale, Egli segue in modo molto autonomo la caratteristica divisione della qasidè in tre parti. La prima parte della Sua qasidè è una descrizione lirica dell’innamorato da parte dell’Amato. La seconda parte è contemporaneamente una lode e una descrizione dell’Amato da parte dell’innamorato. La terza è una richiesta, una supplica finale. In questa ode le tre parti si susseguono senza una ben precisa linea di confine. Nella seconda parte la lode e la descrizione si fondono in un tutt’uno. L’intera ode è pervasa da un’atmosfera teatrale e scenica. Quanto alle tematiche, Bahá’u’lláh introduce nella Sua qasidè alcuni temi tipici del ghazal, componimento poetico simile per metro e rima alla qasidè, ma molto più breve, privo di intenti panegiristici e di contenuto per lo più amoroso. Specificamente Bahá’u’lláh usa motivi del ghazal mistico, come l’amore, la sofferenza per amore, il dolore della lontananza, la descrizione di stati mistici e di elementi naturali. L’inizio di questa ode di Bahá’u’lláh sembra un vero e proprio maṭla‘, il primo verso di un ghazal. È un introduzione scenica, l’inizio del racconto di un incontro e di un dialogo, avvenuti in un giorno albeggiante su misteriosi mondi spirituali.

In questa Sua ode Bahá’u’lláh usa un linguaggio di alto lirismo e fa ampio uso di tutti gli artifici retorici della lirica persiana. Particolare rilievo ha un artificio retorico tipico della qasidè, il su’ál-u-javáb (domanda e risposta) che è una forma dialogo, di solito introdotto dalle parole «dissi» e «disse». L’intera ode è un dialogo, con qualche elemento scenico e teatrale. Sotto questo aspetto questa qasidè ha illustri precedenti, per esempio il numero 50 delle poesie di Rúmí tradotte da Arthur John Arberry, i numeri 67, 80, 178 delle poesie di Ḥáfiẓ tradotte da Carlo Saccone. Bahá’u’lláh racconta di Sé, della Sua missione, del Suo incontro mistico con il Più Grande Spirito, della sofferenza subita per mano di tiranni a causa del Suo amore, della Sua fedeltà a questo amore, della Sua accettazione e della Sua scelta consapevole del decreto di Dio, della Sua volontà di rimanere fedele al Suo patto d’amore nonostante le avversità, della volontà di incontrare l’Amato spoglio di ogni attaccamento. Alla fine Egli chiede all’Amato di palesare questo grande «mistero» che sconvolgerà, purificherà e libererà i popoli del mondo e ammonisce dai pericoli di questo svelamento.

Il contenuto della qasidè

Questa qasidè descrive un colloquio di Bahá’u’lláh con il Più Grande Spirito dopo l’Intimazione da lui ricevuta a Teheran, in una data sconosciuta compresa fra metà agosto e metà dicembre 1852, e prima del Suo ritorno a Baghdad dal Kurdistan il 19 marzo 1856. Bahá’u’lláh auspica che quanto è avvenuto a Teheran possa essere divulgato.

L’io narrante è sempre Bahá’u’lláh, l’innamorato, che racconta la sua esperienza mistica dell’incontro con il Più Grande Spirito, l’Amico.

L’Amico (yár) va all’alba (saḥar) al capezzale dell’innamorato (ḥabíb). L’ora dell’alba ha profondi significati spirituali negli Scritti di Bahá’u’lláh, Che è nato a Teheran all’alba del 12 novembre 1817. È l’inizio della manifestazione delle potenzialità di una nuova giornata, è l’inizio di un percorso spirituale, personale o collettivo. E, poiché per i mistici avanzati la fine è già contenuta nel principio, è un prezioso momento di totipotenzialità, un’occasione speciale di comunione con il Divino: «Per i Tuoi ardenti adoratori hai riservato all’alba di ogni giorno, secondo il Tuo decreto, la coppa del ricordo di Te, o Tu Che sei il Sovrano dei sovrani!».5

Nella prima parte dell’ode (versi 1-10) l’Amico descrive l’innamorato. L’innamorato è folle (shúrídih zi ‘ishq) (verso 1),6 di una follia così speciale e preziosa che per meritarla «l’uomo deve abbondar di saggezza».7 L’innamorato ha il cuore infranto (dil-afgár) (1), si trova cioè in quella condizione spirituale di cui Bahá’u’lláh dice: «cibo di coloro che si affrettano a incontrarTi sono i frammenti dei loro cuori spezzati».8 Soffre e si strugge (fitádih) per la lontananza dell’Amato (2), come l’innamorato descritto nelle Sette Valli «che si struggeva l’anima da lunghi anni per la separazione dalla sua amata e s’era consumato al fuoco della lontananza».9

Soffre anche perché il suo amore per l’Amato gli procura mille avversità. Queste avversità sono qui metaforicamente descritte con molte immagini. Dovunque vada egli è prigioniero (asír) (2), una descrizione che ricorda parole scritte da Bahá’u’lláh di Se stesso: «Egli fu sempre alla mercé dei malfattori: una volta Lo gettarono in prigione, un’altra Lo esiliarono e poi di nuovo Lo scacciarono di terra in terra».10 Ora ha un’ aspide, af’í, al piede (3), o come scrisse Bahá’u’lláh in un’altra circostanza, «avanzo con il viso rivolto verso Colui Che è l’Onnipotente . . . mentre dietro di Me striscia il serpente».11 Ora ha una catena al collo, zanjír bar gardan (3), probabilmente un’allusione alle pesanti catene con cui Lo legarono nel Síyyah-Chál. L’amante è insonne (4), per i suoi pensieri d’amore. Altrove Bahá’u’lláh scrisse: «più di un giorno il Nostro corpo non trovò riposo».12 Uomini e natura lo compatiscono (5, 8, 9), parole che ci ricordano una Sua preghiera: «E chi tenda l’orecchio interiore sente il pianto e il gemito di tutte le cose create per ciò che è accaduto a Colui Che il mondo ha vilipeso».13

L’amante affronta molte tribolazioni. Ora ha un cappio al collo ṭawq, ora è in catene, silsilih, ora è vittima della tirannia, ẓálim, ora è gettato in prigione sijn. Sono tutti riferimenti autobiografici, perché tutte queste afflizioni colpirono letteralmente Bahá’u’lláh sin dal momento in cui Si dedicò alla vivificazione dell’umanità. Così scrisse molti anni dopo: «Sappi, inoltre, che, a causa dell’operato degli infedeli, siamo stati gettati in un’affliggente Prigione e circondati dalle legioni della tirannia».14 I suoi occhi spargono rubini di sangue e l’occhio dell’alba ne è arrossato (9), un’immagine cui Egli ricorse anche in una Tavola indirizzata a Sua cugina Maryam: «tutte le cose create versarono lacrime di sangue a causa della Mia angoscia».15

Alla fine della descrizione dell’innamorato, l’Amico osserva che malgrado tutto l’innamorato lo ama ancora (10). Bahá’úlláh accenna più volte a questa incrollabilità del Suo amore. Così scrive per esempio nell’Epistola al Figlio del Lupo: «In ogni condizione Gli rimasi grato, intento a lodarLo e a ricordarLo, a Lui rivolto, pago del Suo compiacimento, umile e sottomesso al Suo cospetto».16 L’Amico chiede però all’innamorato perché si lamenta ora alla sua presenza (11-13). E l’innamorato, stupito per la presenza dell’Amico, abitualmente descritto nella lirica amorosa come persona insensibile, indifferente e crudele, risponde descrivendo l’Amico (14-16).

L’Amico è guaritore (ṭabíb) (14). Pochi anni dopo Bahá’úlláh avrebbe scritto nelle Parole Celate «Il balsamo di tutti i tuoi malanni è la rimembranza di Me».17 Per lui il sole (shams) sorge nel cielo (samá’) (15). Anzi nel Libro della Certezza lo descrive come «Colui Che è l’Orbe centrale dell’universo, sua Essenza e suo Fine ultimo».18 Per lui la quiete (sukún) s’inquieta (bí-qarár) (15), una metafora cui Bahá’u’lláh ricorre nella Tavola della saggezza riferendoSi ad Apollonio di Tiana, filosofo e asceta neopitagorico del I secolo dopo Cristo, al quale attribuisce le seguenti parole: «Il mio cuore è turbato, le mie membra tremano, ho perduto la ragione e la mente mi ha tradito».19 Il cielo (ásimán) depone ai suoi piedi un manto di perle (gawhar) (16). Questa bellissima metafora dal mondo della natura fa pensare alle seguenti parole di una meditazione di Bahá’u’lláh: «Ogni qual volta levo gli occhi al Tuo cielo, Mi ricordo la Tua elevatezza e sublimità, la Tua gloria e grandezza incomparabili».20

A questo punto rincomincia a parlare l’innamorato, il quale spiega come la propria condizione (17-18). Il suo volto è pallido (zardí) (17) per amore perché «ogni rossore nel mondo viene dalla sua collera e ogni pallore sulle guance degli uomini viene dal suo veleno».21 I suoi sospiri (áh) (18) «proclamano l’amarezza della . . . [sua] angoscia» (PM XXVI, 1) e il suo occhio lacrimoso (chashm-i-ashqbár) (18) attesta il suo amore per l’Amato.22

L’innamorato poi racconta le sue vicissitudini (19-21). È bersaglio di frecce crudeli (tír-i-jafá) (19), frecce delle quali avrebbe poi scritto: «I dardi che ci trafiggono sulla Tua via sono l’ornamento delle nostre tempie e le lance che ci trapassano nel nostro amore per Te sono come seta sul nostro corpo».23 Cade nelle mani degli empi (kuffár) (19), o come scrisse in una preghiera: «O Diletto del mondo, vedi dunque Colui Che Ti è caro in balia di chi Ti ha rinnegato e scorgi il desio del Tuo cuore sotto le spade degli empi».24 È trascinato per monti (kúh) e pianure (dasht) (20), una condizione cui avrebbe poi accennato nell’Epistola al Figlio del Lupo con le seguenti parole: «Una volta Mi trovai in cima ai monti, un’altra in fondo alla prigione di Tá costretto ai ceppi e alle catene».25 È portato di fronte ai malvagi (fujjár) (20), una condizione che avrebbe poi descritto come segue: «Egli fu sempre alla mercé dei malfattori: una volta Lo gettarono in prigione, un’altra Lo esiliarono e poi di nuovo Lo scacciarono di terra in terra».26 Dovesse narrare ciò che ha visto per amor Suo, la sua lingua cesserebbe di parlare. (21)

L’innamorato accetta tutto (22-27). Accetta la lama della crudeltà (gh-i-jafá) (22), o come disse successivamente: «Vedi la mia testa pronta a cadere sotto la spada del Tuo Volere».27 Ama la sofferenza (dard) (22) perché sa che «Se non fosse per le tribolazioni, come si potrebbero distinguere fra i Tuoi servi i risoluti dai dubbiosi?».28 Ama il decreto di Dio (qadá) (23) e il suo cuore è «bramoso d’essere bersagliato dai dardi del Tuo decreto»,29 «l’unica speranza di coloro che hanno riconosciuto la . . . [Sua] verità».30 Vuole soffrire (balá) (23), perché conosce il benefico effetto delle pene dell’amore mistico, e successivamente giunge ad affermare: «Perisca l’amante che distingue il piacevole dal venefico, nel suo amore per l’amato! Sii pago di ciò che Dio t’ha destinato».31

Resterà fedele anche di fronte alla morte (24 e 26), perché sa che «Della loro sincerità fa fede ciò che il Misericordiosissimo ha inviato nel Corano. Egli dice: “Auguratevi la morte dunque se siete sinceri!”».32 Il suo patto d’amore è eterno, perché ha «legato il cuore alla ciocca dei Tuoi capelli (kham-i-gísú), ché mai se ne sciolga fino al Dì del giudizio (rúz-i-shumár)» (25). Questa stessa metafora compare in un aforisma delle Parole Celate: «Il pettine anche ti ho donato affinché tu potessi ravviare le Mie ciocche corvine e non per lacerare la Mia gola!».33 ‘Abdu’l-Bahá ha interpretato il «pettine» in questo aforisma come il Patto che Dio ha affidato all’uomo per riordinare le cose del mondo (le ciocche corvine).

L’innamorato desidera morire per l’Amico sulla forca dár, una metafora che ricorda la barbara fine del mistico Halláj) (27). Ma la morte che desidera non è tanto letterale, è quanto metaforica secondo la descrizione delle Sette Valli: l’amore «non offre alcun rimedio tranne la morte e non cammina che nella valle dell’annientamento».34

Per vedere l’Amico nella sua essenza (bí-jasad) si presenta a lui ignudo (bí-ḥijáb) (28). Un aforisma delle Parole Celate dice: «Oltrepassa gl’infimi stadi del dubbio e innalzati alle eccelse vette della certezza. Apri l’occhio della verità, affinché tu possa mirare la Bellezza senza veli».35 Se l’innamorato vuole vedere l’Amato senza veli deve liberarsi dai propri veli, ossia da tutto ciò che lo lega al livello animale, inferiore, della sua esistenza, e lo separa dal livello superiore, spirituale.

L’innamorato è rimasto solo sulla terra, perché gli uccelli dell’eternità aṭyár-i-baqá sono ritornati al nido (áshyán) ( 29). È un’evidente allusione a tutti quei credenti che «con . . . amore . . . devozione . . . esultanza e santa estasi hanno sacrificato la vita sul sentiero del Gloriosissimo!»,36 i martiri bábí.

Alla fine l’innamorato chiede all’Amico, il Mistero divino (sirr-i-khudá), di palesarsi (30-33): «È ora di issare lo stendardo (‘alam), o Mistero divino, dall’Invisibile protendi la mano (dast az ghayb) (30). In seguito avrebbe scritto: «Egli è Colui al Cui comando lo stendardo del Verbo Più Eccelso è stato dispiegato nel mondo della creazione»37 e «con la mano del potere divino, ho dissuggellato il vino prelibato della Mia Rivelazione e ho sparso la sua santa e segreta fragranza di muschio su tutte le cose create».38

Nel palesarsi a tutti, l’Amico libererà i mortali (khákyán) dalla polvere (khák) ( 31) , o, come scrisse più tardi: «Egli, in verità, ha offerto la vita per la redenzione del mondo». (Spigolature 307) Luciderà lo specchio del cuore (áyniy-i-dil) dalla ruggine (zangár) (31) ossia pulirà «lo specchio del . . . cuore dalle scorie del mondo e di tutto quel che vi si trova, sì che . . . [rifletta] la risplendente luce di Dio».39 Libererà tutti dalle catene del mondo (32) (qayd-i-ín jahán) facendoli «volgere con volto sincero verso il Suo Volto, Che è il Possente, il Munifico».40 Cingerà tutti i capi con la corona dell’accettazione (qabúl) (33), sì che tutti «invece di lamentarsi, . . . [rendano] grazie a Dio e nelle tenebre dell’angoscia . . . [mostrino] solo radiosa sottomissione al Suo volere».41 Donerà a tutti il cordiglio dell’amore (zi ḥubb zunnár) (33) sì che tutti realizzino l’essenza dell’amore, cioè «che l’uomo volga il cuore all’Amato e da tutto si separi fuorché da Lui e nulla desideri tranne ciò che è il desio del Signore».42

La poesia si conclude con il takhallus: «Basta così, o derviscio, non tormentarci oltre, ché da questo colloquio si sono già sparse molte scintille». Forse Bahá’u’lláh vuole con questo dire che potrebbe essere pericoloso dire di più perché il mondo non è ancora pronto alla rivelazione della Parola (34) e «una scintilla del fuoco del . . . [Suo] amore è sufficiente per incendiare il mondo intero».43

Note

1 ‘Abdu’l-Hamíd Ishráq Khavárí, Má’idiy-i-Asmání (Mu’assisa Millí Maṭbu‘át Amrí, Teheran, 129 be, 1972), vol. 4, pp. 181-4.

2 «. . . “Danzare!”, gridò Sulaymán Khán, “in una mano la coppa del vino, in una mano la treccia dell’Amico. Questa danza nella piazza del mercato è il mio desiderio!” (A Traveller’s Narrative, Nota T, pp. 333-4)» (Nabíl, Araldi dell’aurora, p. 475 n28.)

3 Antonino Pagliaro, Alessandro Bausani, La letteratura neopersiana (Sansoni, Milano, 1968), p. 176.

4 Bausani, La letteratura neopersiana, p. 178.

5 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2003), sez. LXXXV, par. 2.

6 Da ora in poi i numeri in parentesi si riferiscono al numero dei versi dell’ode.

7 Bahá’u’lláh, Le Sette Valli e le Quattro Valli (Roma Casa Editrice Bahá’í, 2003), p. 10.

8 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. XCII, par. 1.

9 Bahá’u’lláh, Le Sette Valli, p. 14.

10 Bahá’u’lláh, Gli inviti del Signore degli Eserciti (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2002), pp. 81-2.

11 Ivi, p. 118.

12 Bahá’u’lláh, Il Libro della Certezza (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1994) 174.

13 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLXXVI, par. 44.

14 Bahá’u’lláh, Spigolature dagli Scritti (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2003), sez. XVII, par. 5.

15 Citato in Shoghi Effendi, Dio passa nel mondo (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 2004), cap. VII, par. 35.

16 Bahá’u’lláh, L’Epistola al Figlio del Lupo (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1980), p. 55.

17 Bahá’u’lláh, Le Parole Celate (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1999), dal persiano, n. 32)

18 Bahá’u’lláh, Libro della Certezza, p. 79.

19 Bahá’u’lláh, Tavole di Bahá’u’lláh rivelate dopo il Kitáb-i-Aqdas (Casa Editrice Bahá’í, Roma, 1981), p. 134.

20 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. LXXVI, par. 15.

21 Bahá’u’lláh, Sette Valli, pp. 11-2.

22 Vedi Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. XXVI, par. 1.

23 Ivi, sez. CXXX, par. 2.

24 Ivi, sez. XXXII, par. 3.

25 Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 55.

26 Ivi, p. 44.

27 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. LX, par. 1.

28 Ivi, sez. VI, par. 2.

29 Ivi, sez. LX, par. 1.

30 Ivi, sez. CXXXIII, par. 1.

31 Ivi, sez. VIII, par. 2.

32 Bahá’u’lláh, Tavole, p. 187.

33 Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano, n. 79.

34 Bahá’u’lláh, Sette Valli, p. 12.

35 Bahá’u’lláh, Parole Celate, dal persiano, n. 9.

36 Bahá’u’lláh, Libro della Certezza, p. 252.

37 Bahá’u’lláh, Epistola al Figlio del Lupo, p. 1,

38 Bahá’u’lláh, Spigolature, sez. CLIII, par. 7.

39 Bahá’u’lláh, Inviti del Signore degli Eserciti, p. 188.

40 Ivi, p. 120.

41 Bahá’u’lláh, Libro della Certezza, p. 165.

42 Bahá’u’lláh, Tavole, p. 141.

43 Bahá’u’lláh, Preghiere e Meditazioni, sez. CLIII, par. 1.