I cambiamenti degli scenari religiosi alla luce del dialogo interreligioso – Opinioni bahá’í 2009, vol. 33, n. 2

I cambiamenti degli scenari religiosi alla luce del dialogo interreligioso

Guido Morisco

La mente va indietro nel tempo e rivive posizioni di intransigenza e di sospetto verso chi, cercando di superare i propri limiti culturali e di appartenenza, cercava un dialogo vero con esponenti di altre realtà religiose, cercando di superare il gap tra società e religione, cozzando contro posizioni di esclusivismo e fanatismo che sembravano irremovibili. Ma le necessità di una società in continuo progresso spingono senza indugi e con forza verso una stretta collaborazione tra le diverse realtà religiose del pianeta. L’Italia vive questo momento con grandi e piccole contraddizioni, sono sempre più le menti illuminate che considerano la Religione una unica realtà che si esprime attraverso le molteplici comunità religiose, secondo a il proprio impianto culturale e di credo.

Il dialogo è essenziale

La Casa Universale di Giustizia, il consiglio direttivo mondiale della comunità bahá’í, ricorda in un suo scritto intitolato «Ai capi religiosi del mondo»:

Quando la Religione è stata fedele allo spirito e all’esempio delle trascendenti Figure che hanno dato al mondo i suoi grandi sistemi di credenze, essa ha risvegliato intere popolazioni alla capacità di amare, perdonare, creare, azzardare, superare pregiudizi, sacrificarsi per il bene comune e disciplinare gli impulsi dell’istinto animale. Indubbiamente, l’influenza di queste Manifestazioni del Divino che si sono succedute l’una all’altra sin dagli albori della storia documentata è stata la forza seminale dell’incivilimento della natura umana.

Fino a non molto tempo fa però le religioni sono state separate le une dalle altre e spesso si sono duramente combattute, anche con le armi. Oggi finalmente ha avuto inizio il dialogo interreligioso, una delle grandi promesse dei nostri tempi, una promessa di pace e di progresso.

Obiettivo del dialogo

Oggi le religioni dialogano perché hanno bisogno di riconoscersi, dato che i seguaci delle varie religioni non vivono più come un tempo separati da barriere geografiche difficili da superare, ma vivono tutti nell’unico villaggio globale che è diventato il mondo. I bahá’í ritengono però che l’obiettivo più importante del dialogo interreligioso sia la comprensione di queste parole che Bahá’úlláh, il Fondatore della loro Fede ha scritto oltre un secolo fa.

Non v’è alcun dubbio che i popoli del mondo, a qualsiasi razza o religione appartengano, si ispirano a un’unica Fonte celeste e sono sudditi di un solo Dio. La differenza degli ordinamenti sotto cui vivono deve attribuirsi ai mutevoli bisogni e alle cangianti esigenze del tempo in cui essi furono rivelati . . . Sorgete e, armati del potere della Fede, infrangete gl’idoli delle fatue idee, che mettono discordia fra voi. Attenetevi a ciò che vi avvicina e vi unisce.

Quando i seguaci di tutte le religioni avranno compreso quest’importante verità finalmente il pregiudizio religioso sarà stato definitivamente sconfitto.

I timori possibili

L’accettazione di questo concetto suscita però in molte persone devote alla propria religione un grande timore, che la Casa Universale di Giustizia descrive con le seguenti parole che ne espongono anche i grandi limiti:

Si potrebbe obiettare che, se si dovesse riconoscere a tutte le grandi religioni la stessa origine divina, si finirebbe con l’incoraggiare, o almeno agevolare, la conversione di un certo numero di persone da una religione all’altra. Vera o falsa che sia, questa eventualità è sicuramente di marginale importanza rispetto all’opportunità che la storia ha finalmente accordato a coloro che sono consapevoli di un mondo che trascende quello terreno e alla responsabilità che questa consapevolezza comporta. Ciascuna delle grandi fedi può esibire commoventi e credibili testimonianze della propria capacità di alimentare il carattere morale.

Sembra dunque che le molte persone di fede del mondo abbiano la responsabilità di anteporre al proprio personale attaccamento alla propria tradizione religiosa il loro amore per l’umanità, dato che il riconoscimento dell’unità fra le religioni, oltre a essere giusto in sé, sarebbe anche un potente fattore di pacificazione. L’unione delle forze di tutte le persone di fede del mondo, capaci di attingere alle immense forze dello Spirito, potrebbero impartire una svolta storica alle sorti dell’intera umanità

È il momento giusto

Secondo i bahá’í il momento è propizio perché ciò possa avvenire. La Casa Universale di Giustizia scrive: «L’imperitura eredità del XX secolo è l’aver costretto i popoli del mondo a incominciare a considerarsi membri di un’unica razza umana e a reputare la terra la comune patria di quella razza».

Il concetto dell’unità del genere umano, un tempo avversato dai potenti del mondo e ignorato dalle masse che anteponevano le loro lealtà minori, come la lealtà alla razza, alla tradizione religiosa e alla nazione, alla suprema lealtà che si richiede a un essere umana: la lealtà a tutti coloro con cui si sta percorrendo il cammino terreno. Ma oggi la consapevolezza che ogni creatura umana ha una propria dignità inalienabile è ormai patrimonio di moltissime persone, che vedono un primo concretamente di questa convinzione nella Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e nei successivi Patti nei quali questa dichiarazione è stata successivamente specificata.

Le religioni un ostacolo

Sono così caduti la maggior parte dei pregiudizi. Ma il pregiudizio religioso non sembra essere stato ancora del tutto superato. La Casa Universale di Giustizia osserva: «Tragicamente, la religione organizzata, la ragione della cui esistenza prevede il servizio alla causa della fratellanza e della pace, troppo spesso si comporta come uno dei più potenti ostacoli sulla via».

Modelli settari di pensiero

La Casa di Giustizia osserva che «A differenza dai processi di unificazione che stanno trasformando gli altri rapporti sociali dell’umanità, l’ipotesi che le grandi religioni del mondo siano tutte egualmente valide per natura e per origine è caparbiamente ostacolata da antiquati modelli settari di pensiero». Eppure il tentativo di superare questo pregiudizio ha avuto inzio oltre un secolo fa quando «nel 1893, l’Esposizione mondiale di Chicago sorprese perfino i suoi ambiziosi organizzatori dando origine al famoso “Parlamento delle religioni”, una visione di consenso spirituale e morale che colpì l’immaginazione popolare in tutti i continenti e riuscì a fare ombra perfino alle meraviglie scientifiche, tecnologiche e commerciali celebrate dall’Esposizione». Purtroppo le religioni hanno aspettato circa un secolo per ripetere l’esperienza e il secondo incontro del Parlamento delle religioni è avvenuto a Chicago solo nel 1993.

Il processo nel mondo cattolico

La Chiesa cattolica, considerata da molti la più potente chiesa cristiana, ha incominciato ad aprirsi al dialogo interreligioso con il Concilio Ecumenico Vaticano II, indetto da papa Giovanni XXIII il 25 gennaio 1959 e concluso da Paolo VI il 7 dicembre 1965. Fra i documenti consiliari il decreto «Nostra Aetate», pubblicato il 28 ottobre 1965, a firma di Paolo VI e di tutti i Padri del «Sacro Concilio», pone le basi del dialogo interreligioso nella dottrina cristiana. «Nostra Aetate» ha inizio invocando il dialogo, affinché gli uomini scoprano ciò che hanno di comune:

Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane. Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.

«Nostra Aetate» prosegue riconoscendo l’unità del genere umano:

Una sola comunità infatti costituiscono i vari popoli. Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce.

Una delle sue riflessioni più importanti ai fini del dialogo interreligioso è la seguente:

La Chiesa cattolica nulla rigetta di quanto è vero e santo in queste religioni. Essa considera con sincero rispetto quei modi di agire e di vivere, quei precetti e quelle dottrine che, quantunque in molti punti differiscano da quanto essa stessa crede e propone, tuttavia non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini.

Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è «via, verità e vita» (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose. («Nostra Aetate», 2c, d, p. 533)

Questa affermazione, rivoluzionaria in una chiesa che era stata sempre tenacemente legata ai principi dell’esclusivismo religioso, è stata considerata la base di una nuova modalità cattolica di porsi di fronte alle altre religioni, l’inclusivismo. Il Cattolicesimo resta la «vera religione», le altre non sono più ignominia, ma contengono verità incluse in quelle cattoliche. «Nostra Aetate» termina chiedendo che tutti gli uomini si riconoscano come fratelli, condannando «qualsiasi discriminazione tra gli uomini o persecuzione perpetrata per motivi di razza e di colore, di condizione sociale o di religione».

E l’Islam?

Il 19 agosto 1985 papa Giovanni Paolo II ebbe un incontro con i giovani musulmani a Casablanca. Marocco. Nel discorso che rivolse a quei giovani il Papa disse:

Cristiani e musulmani, generalmente ci siamo mal compresi, e qualche volta in passato, ci siamo opposti e anche persi in polemiche e in guerre. Io credo che Dio c’inviti oggi, a cambiare le nostre vecchie abitudini. Dobbiamo rispettarci e anche stimolarci gli uni gli altri nelle opere di bene sul cammino. Voi sapete, con me, quale è il prezzo dei valori spirituali. Le ideologie e gli slogan non possono soddisfarvi né risolvere i problemi della nostra vita. Solo i valori spirituali e morali possono farlo, ed essi hanno Dio per fondamento. Auspico, cari giovani, che possiate contribuire a costruire un mondo in cui Dio abbia il primo posto per aiutare e salvare l’uomo. Su questo cammino siate certi della stima e della collaborazione dei vostri fratelli e sorelle cattolici, che io rappresento tra voi questa sera.

Il mondo dell’Islam non è solo un mondo di terrorismo religioso. Questo è solo l’aspetto fondamentalista e retrogrado di quella grande religione. Numerosi sono i musulmani, anche fra le alte gerarchie ecclesiastiche, che auspicano il dialogo. Samir Khalil Samir, uno dei più importanti islamologi del mondo e professore dell’università St Joseph di Beirut, cita un documento sottoscritto alla Mecca, la città santa dell’Islam, durante un incontro interconfessionale che si è tenuto il 4-6 giugno 2008:

Il dialogo è un’autentica metodologia coranica; è una tradizione profetica mediante la quale i profeti hanno comunicato con altre persone. La biografia del profeta Maometto presenta una chiara metodologia a questo proposito, mediante il dialogo del Profeta con i cristiani di Najran . . . Il dialogo è uno degli strumenti più importanti per la diffusione dell’Islam nel mondo . . . La società di Medina creata dal Profeta è il modello ottimale di coesistenza positiva dei seguaci dei messaggi divini».

Il dialogo per gli ebrei

Bersaglio prescelta per le persecuzioni religiose, soprattutto da parte dei cristiani, gli ebrei oggi accolgono volentieri i tentativi di dialogo intrapresi dalle altre religioni. In una conversazione del 17 gennaio 2002 al Seminario Maggiore, San Giovanni Laterano. Nel corso della Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra Cristiani ed Ebrei, Riccardo Di Segni, Rabbino capo di Roma, ha evidenziato però l’incompletezza del dialogo interreligioso ebreo-cristiano, indicando indirettamente una strada per fare un passo avanti nell’avvicinamento tra tutte le religioni. Di Segni osserva:

A che cosa serve parlarci? Ciò che veramente da’ fastidio agli ebrei è che sia stato detto in documenti ufficiali cattolici che lo scopo del dialogo è quello di convertire l’interlocutore alla propria fede. E se facessimo anche noi lo stesso, se usassimo ogni occasione di confronto per convincervi che state sì sulla buona strada, ma che dovete «purificare» la vostra fede eliminando ciò che per voi invece è essenziale?

Di Segni ha proposto invece di «elaborare in entrambe le parti una dottrina che potremmo chiamare, con un nome indicativo, di salvezza parallela. I cristiani dovrebbero arrivare ad ammettere che gli ebrei, in virtù della loro elezione originaria e irrevocabile, e del possesso e dell’osservanza della Torà, possiedono una loro via autonoma, piena e speciale verso la salvezza che non ha bisogno di Gesù». Egli ha poi soggiunto:

Non basta dire, come si è fatto proprio recentemente e con un lodevole sforzo di elaborazione dottrinale, che la nostra «attesa non è vana» perché serve a stimolare i cristiani; bisogna dire che noi valiamo in quanto tali e nessuno deve giustificare la nostra fede in funzione di altre. Le conseguenze sarebbero, in concreto, la fine di ogni tentazione cristiana di trasformare il dialogo in un sistema di dolce persuasione, demotivando le diffidenze ebraiche. Da parte ebraica a questo movimento dovrebbe corrispondere l’affermazione del principio che la fede in G. non sia incompatibile, beninteso per i cristiani, non per gli ebrei, con il culto del D. unico.

Il suo tentativo di avvicinamento sembra evidente e sicuramente merita il massimo appoggio.

Il futuro

1l 21 ottobre 2007 circa duemila ragazzi ebrei, cristiani e musulmani si sono incontrati per la seconda volta a Firenze, la prima era stata nel 2005, e hanno trascorso una giornata insieme alla scoperta delle radici religiose delle diverse confessioni. L’iniziativa è organizzata con il sostegno della Conferenza episcopale toscana in collaborazione tra le comunità ebraiche ed islamiche, le Chiese evangeliche ed ortodosse di Firenze e Toscana, l’Azione Cattolica, l’Opera per la gioventù «Giorgio la Pira» e l’Amicizia ebraico-cristiana. In occasione di questo incontro questi giovani hanno inviato alle autorità un messaggio che promette molto per il futuro del dialogo interreligioso, tanto più che proviene dai giovani, coloro che nel prossimo futuro avranno in mano le sorti del mondo. Essi scrivono:

Il nostro stare insieme parte dal quotidiano, dal nostro vivere insieme sui banchi di scuola, vivere insieme da vicini di casa, da compagni di squadra… Abbiamo fatto un cammino che ci ha portato fino qui oggi a Firenze per dire che insieme è più bello… Insieme la vita è più bella perché non sei solo!». «Insieme la vita è più bella perché puoi imparare cose nuove, puoi scambiare opinioni e idee, puoi lavorare insieme, collaborare per costruire, progettare. Insieme è più bello pregare e cantare la lode a Dio!… Abbiamo voglia di gridare. Che gioia! Oggi siamo particolarmente contenti perché abbiamo conosciuto e condiviso informazioni e idee e non vediamo l’ora di parlarne con i nostri genitori e i nostri amici. Abbiamo scoperto cose nuove… Un versetto del Corano cita: vi abbiamo creato popoli e tribù affinché vi conosciate, il migliore tra di voi è colui che teme Dio. Da questo si può capire che Dio ci ha creato per conoscerci e perciò il dialogo tra i popoli è la migliore via per la pace. Speriamo che questa giornata sia stata utile per tutti coloro che avevano dubbi che lo stare insieme sia più bello!.

Una conclusione

In conclusione possiamo constatare che stiamo vivendo un’epoca di grandi trasformazioni, la società umana sta diventando sempre più un villaggio globale, le posizioni estremiste ed assolutiste si stanno via via sgretolando, la consapevolezza di appartenere ad un unico sistema, ricco delle sue diversità, sta prendendo sempre più forma, le scoperte scientifiche hanno contribuito ad accelerare il processo ed hanno permesso una più diffusa distribuzione del sapere e delle opportunità. Tutto quindi ci fa presupporre che anche il dialogo interreligioso evolverà e arriverà a promuovere una proficua e sistematica interazione fra le varie comunità religiose, capace di ridare alla Religione il suo antico ed insostituibile ruolo di guida e promotore del progresso della razza umana.