Analfabetismo affettivo o linguaggio dell’amore? – Opinioni bahá’í 2009, vol. 33, n. 3

Analfabetismo affettivo o linguaggio dell’amore?

Alessandra Bonezzi

Qual è il più potente impulso degli esseri umani davanti alla notte, al pericolo, all’ignoto? È quello di scappare; di distogliere gli occhi e di fuggire; di fingere che la minaccia non stia avanzando a grandi balzi verso di loro con i suoi stivali dalle sette leghe. È la volontà di ignorare, la ferrea follia con cui estirpiamo dalla nostra coscienza tutto ciò che la coscienza non può sopportare.[1]

Non amo il frammento. Al contrario, mi ha sempre affascinato la visione del piano unitario che desse senso alle mie domande e rispondesse ai miei perché. Tuttavia, riconosco che l’unità non può prescindere dal frammento, perciò questo scritto lo accoglie e lo incorpora come tutto di un tutto, e non come parte, nel quale la modalità femminile sperimenta la conoscenza della totalità.

Questa incessante, faticosa ricerca di sintesi e di ricongiunzione trova senso nelle mille sfaccettature ed espressioni dell’Amore; Amore come unità necessaria alla sintesi della nostra esistenza frammentata; Amore come vera causa della vita.

Nell’associarmi al pensiero di Lila Abu Lughod, che prospetta ed auspica l’abbandono di un linguaggio elitario a favore di una lingua più vicina alla gente che realizzi un nuovo umanesimo che definisce «tattico», vorrei prestare voce ad un  linguaggio espressione di un sapere e di un sentire femminile e per questo includerò pillole di emozioni ed immagini sottratte agli innumerevoli miei quaderni e ai sentimenti di altre donne, perché il sentire della donna, e dunque il suo esprimere, è dall’origine carico di intensità emozionale ed affettiva. La donna usa il linguaggio per comunicare, per creare relazione, per condividere, per creare complicità. Superare il modello maschile e autorizzare noi stesse ad esprimere il nostro essere donne è, a mio parere, una delle sfide più difficili ma di gran lunga più vivificanti che possiamo affrontare.

Volersi uguale all’uomo è un grave errore etico. Oltre al proprio suicidio, la donna priva l’uomo della possibilità di definirsi come uomo, ossia come persona sessuata, naturalmente e spiritualmente. In effetti, ogni uomo deve restare libero di divenire. Non deve lasciare alla donna questa cura materna culturale nei suoi confronti dal momento che, essendo altra da lui, la donna non può occuparsene.[2]

Non perdersi nell’altro e non lasciarsi intrappolare in un linguaggio maschile o neutro, significa – conclude Irigaray – non abdicare al piacere di abbandonarsi alla grazia di essere donna.

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L’avanzamento della società si realizza attraverso l’allontanamento progressivo dallo stato di animalità e dalla schiavitù dalle passioni. L’esonero da occupazioni minori permette all’uomo di utilizzare le energie risparmiate per ricercare mezzi più sofisticati per soddisfare bisogni di natura sempre più elevata.

Il linguaggio e la scrittura, straordinarie espressioni delle capacità umane, sono prodotti inscindibili dal progresso. I popoli che si gloriano della loro «civiltà» le hanno sempre considerate come le forme di più radicale differenza tra loro e i «selvaggi». Per lungo tempo, tali sistemi sono rimasti volutamente monopolio di pochi gruppi elitari essendo stata, come sostiene Lévi-Strauss, la loro funzione principale nel tempo antico «facilitare l’asservimento di altri esseri umani».[3]

Prima della nascita del villaggio globale, il linguaggio e la scrittura hanno servito come mezzi di trasmissione attraverso la quale generazioni di usanze, culture e tradizioni sono state tramandate. In questo modo, fa notare ancora Lévi-Strauss, «l’universo è diventato significativo ma non per questo meglio conosciuto».

Senza volere in alcun modo sottostimare la grandezza delle conquiste tecnologiche, è altresì vero che queste hanno profondamente mutato le modalità di comunicazione – ovvero di relazione – tra gli esseri umani a beneficio di una logica del «tempo reale» che ha obbligato linguaggio e scrittura ad adattarsi alla necessità di una significativa riduzione dei tempi di contatto.

L’antropologo americano Edward Hall – padre della prossemica e della cronemica – individua nel tempo una delle differenze più importanti che separa le culture ed i modi culturali di fare le cose.

Hall semplifica la gestione del tempo in due orientamenti che connotano diverse culture: il tempo monocromatico e il tempo policronico. Nel primo, ad ogni unità di tempo corrisponde un’attività; il tempo è dunque funzionale al raggiungimento di obiettivi e deve essere controllato e gestito. Il tempo policronico, osservabile in Oriente, si muove senza fine attraverso vari cicli; è dilatato, aperto ad una molteplicità di possibili relazioni. Si tratta di due modi distinti, nessuno necessariamente migliore dell’altro in termini di efficacia, che creano molte incomprensioni perché ogni controparte legge il comportamento dell’altro come «perditempo» o «bacchettone» secondo il punto da cui si trova ad osservare. Gli Stati Uniti sono definiti una «cronocrazia» perché qui nulla sembra primeggiare sulla corsa all’efficienza e al successo economico delle imprese. L’inglese americano è spesso definito una lingua «pigra» perché sintetizza e velocizza, anche attraverso un uso ridondante di acronimi, un discorso più lungo e complesso dietro il quale, per altre culture, si cela il desiderio di relazione.

Non sto più nella pelle. La felicità mi scoppia dentro e non posso contenerla. È passato un anno, un lungo inverno di crocette sul calendario, di conti alla rovescia, di scalpitante attesa. Tra sei ore sarà tutto vero. Il cielo di Honolulu, il suono degli ukulele, il più disgustoso caffé gigante che abbia mai bevuto, le collane di fiori, i visi sorridenti del popolo più adorabile del mondo, mi annunciano l’arrivo.

Come si scrive la felicità?

È forse la stupida voglia di abbracciare il mondo, di parlare con la gente, di essere gentile, di sorridere? È forse amare tutto ciò che vedo, i luoghi, le case, il cibo, le bevande, il caldo, l’afa, la pioggia? Non mi soffermerò a scrivere del mare turchese, delle spiagge bianche, di me che galleggio a pancia in su, dei tramonti che toccano l’anima, perché è più nobile dirvi che queste isole non sono solo questo. Sono il luogo in cui il tempo rispetta il momento e non si programma mai il domani, in cui in una giornata di sole nessuno si chiede che tempo farà, perché ciò che conta è accoglierlo. Se c’è un segreto che rende tali le «isole felici», dimora proprio qui, nella forse inconsapevole arte, a noi ormai sconosciuta, dell’essere felici dei doni che si ricevono e dell’avere il tempo di condividerli con altri. (Alessandra Bonezzi, Isole Samoa, 2000)

In questo panorama, sembra riaffermarsi la rappresentazione tipica dell’immaginario colonialista in cui Occidente/Uomo dominava su Oriente/Donna. Di qua, un tempo maschile, lineare, sequenziale, che si estende in una successione di passato, presente e futuro; di là, un tempo femminile, circolare e ciclico; il tempo della dimensione interiore, della vita emotiva entro il quale costruire e rafforzare la comunicazione.

Tornando in patria, possiamo osservare come le differenze e le incomprensioni che si riscontrano nel complesso sistema interculturale delle relazioni, si ritrovano nella comunicazione tra uomini e donne. È bene però evidenziare che, poiché razze e culture sono costruzioni storiche secondarie e che, nella sua totalità, il genere umano è rappresentato unicamente da donne e da uomini, è alla costruzione di una corretta comunicazione tra i generi che andrebbe dedicata un’assidua, costante attenzione. Se sinceramente finalizzata alla comprensione e all’accettazione delle reciproche differenze, la comunicazione tra le parti che compongono il genere umano nella sua totalità può consentire il completo soddisfacimento dei bisogni umani.

Per soddisfare la loro necessità di comunicare, le donne cercano un dialogo, che esige tempo, rivolgendosi ad un lui normalmente più interessato a fare altro che a perdere tempo conversando.

Gli uomini tra loro si dicono quasi nulla; usano il linguaggio per descrivere, connotare, stabilire le loro verità ma non per comunicare e non sono disposti a modificare lo stato attuale delle relazioni poiché queste, così come sono, garantiscono loro potere. Non sembrano capire – ma osservo, vivo  e riconosco la responsabilità delle stesse donne alla causa di tale affermazione – che il potere femminile non è per sua natura competitivo e che, essendo  «straniere» ai loro modelli, le donne non vogliono e non possono essere come loro.

Nonostante le evidenti positive conquiste dunque

tuttora i pericoli non mancano; si sono fatti solo più subdoli. Non si tratta più di rimanere escluse dal mondo della cultura, della storia, quanto di parteciparvi in modo strumentale perdendo i contatti con la nostra specificità, rinunciando all’efficacia di una parola femminile che abbia acquisito autorità morale.[4] 

Come parlarci dunque? Come fare per imparare a «vedere» l’altro da noi?

Ecco il mio segreto, un segreto molto semplice; è solo con il cuore che si può veramente vedere. Ciò che è essenziale è invisibile agli occhi.[5]

Singolarità e universalità dell’amore

Spesso, dietro ciò che vendiamo o acquistiamo per amore si cela l‘offerta di un sentimento a condizione che: «ti amerò se… sarai bravo a scuola, risponderai alle mie aspettative, sarai chi io voglio che tu sia». Mi conforta sapere che, insieme a me, ci sono altre persone in viaggio per imparare a dire semplicemente «ti amerò» perché il viaggio diventa allora una sorta di esperienza esistenziale, una recherche delle proprie origini, un cammino all’indietro lungo i sentieri della storia, della propria storia.[6] Un itinerario «terapeutico”[7] – che Augé riferisce a pazienti africani – che corrisponde ad una ricerca di senso individuale e al contempo ricostruttivo del legame sociale.

Sono in viaggio, come sempre, come da sempre. Ho viaggiato per lavoro, per diletto, per scappare da un mondo indifferente, per ricucire improbabili rapporti, per guarire ferite di non amore. Ho attraversato paralleli, meridiani e data lines e in quanti aeroporti abbia pazientemente atteso ore, voli e coincidenze, non lo ricordo più. Quanti addii, quante separazioni dolorose che trovano senso solo dopo, nel disegno perfetto della vita. Ora, una  terra mi accoglie e mi spalanca le porte della conoscenza e della comprensione. Sono a casa. (Alessandra Bonezzi, Isole Samoa, 2000)

Tutto dipende dalla volontà e dal coraggio di compiere un atto rivoluzionario nella relazione con noi stesse e con l’altro, che insieme a noi, compone la specie umana. La donna, raccogliendosi e trovandosi, può raggiungere la sua «perfezione» di genere per sé, per coloro che ama, per la società; solo conoscendo se stesse si può donare vita, comunicare amore, costruire pace.

Silenzio e solitudine rappresentano un attraversamento per giungere al cambiamento, alla rinascita. È un processo di mutamento della nostra identità che, lungi dall’essere qualcosa di fisso o un traguardo raggiunto una volta per tutte, è sempre in trasformazione. Perché nulla è dato, ma tutto è conquistato, giorno per giorno, per la nostra trasformazione, per la nostra evoluzione.[8]

Sola, appollaiata sul ceppo di quello che fu un grande albero di frangipane prima che l’ultimo ciclone lo spazzasse via insieme alle fragili capanne in riva al mare, un fiore di hibiscus nei capelli, il pareo annodato in vita, il corpo lucido e profumato di olio di cocco, lascio che le lacrime scendano a rigarmi il viso abbronzato e inaridito dal vento. Una distesa di frammenti corallini che brillano al sole quasi a salutarlo, fa da guanciale ad un mare senza confini con il cielo. Una bellezza rara, tanto pura da non riuscire a sostenerne lo sguardo. (Bora Bora, 1999)

Ci sono luoghi in cui la sola magnificenza della natura ci sprona e ci guida verso quella discesa in noi stessi che consente l’incontro e la conoscenza dell’infinito dentro noi. Ci sono luoghi in cui la gente corre dietro a mille inutilità per non sentirsi nullità; e sono i più abitati, i più caotici gli spazi in cui, paradossalmente, regna il distacco, la diffidenza, la separazione

nei confronti del mucchio astratto. Forse sarebbe diverso se gli individui uscissero uno ad uno da quella massa e diventassero storie.[9]

Non per questo, abbandonare l’urbanità, o luoghi in cui abitiamo, è necessariamente la via per colmare la solitudine abissale che si fa strada in noi e fra noi:

Un giorno un amico vede il Mullah inginocchiato per la via intento a cercare qualcosa. Si avvicina e gli chiede: «Mullah, che cosa cerchi?».

E il Mullah risponde: «Ho perduto la chiave».

«Oh Mullah, che peccato. Ti aiuterò a cercarla». Inginocchiandosi accanto a lui gli domanda: «Mullah, dove l’hai persa?».

E il Mullah risponde: «L’ho persa in casa».

«Allora perché la cerchi qui fuori?».

E il Mullah: «Perché qui c’è più luce». (Aneddoto Sufi)

Né più né meno di ciò che facciamo noi con la nostra vita quando crediamo che ciò che ci serve  sia là fuori, alla luce, dove è più facile cercare e trovare. Tutto è già in noi, sono i nostri cuori i luoghi da cui partire per quell’avventura del vivere che richiede anche abbandono all’amore per la vita: la mia, la tua, quella di molti. Abbandonarsi e trovarsi. «Abbandonarsi nelle braccia della terra, della vita. È il modo femminile di abbandonarsi nelle braccia di Dio».[10]

Non ho avuto la fortuna di sperimentare la gestualità affettiva e la comunicazione complice in un mondo familiare femminile derubato della naturalità dei suoi tratti. Privata di ogni possibilità espressiva, la parola si è fermata a livello di bisogni primari, del cibo, della scuola, della casa, del lavoro; i gesti, irrigiditi dall’incapacità di abbandono in un abbraccio.

Per molti anni, ho nutrito una forte rabbia nel vedere le mie donne incapaci di reagire, di opporsi, di lottare per riappropriarsi della loro indipendenza psicologica e quando il bisogno profondo di recuperare o piuttosto di costruire una relazione con il mondo ed i modi femminili prevalse sul trattenimento culturale dominante, mi trovai del tutto ignara di quali mezzi e risorse interiori avrebbero potuto aprirmi alle specificità del mio genere.

Come me, la gran parte delle donne non è abituata a definirsi umanamente in quanto donna e difficilmente riesce a riconoscere una specifica identità femminile poiché lo sviluppo del senso di appartenenza non coincide necessariamente con la consapevolezza del chi siamo. Nell’arco della storia l’egemonia maschile, nella psiche e nel sistema, ha sottomesso la forza di un’affettività capace di empatia profonda al punto da precluderle qualsiasi manifestazione esteriore. È pur vero però – come sintetizza eloquentemente Francesco Remotti – che l’identità è un fatto di decisioni.

Preoccupandosi troppo delle cose sbagliate che potrebbero dire, le donne perdono spontaneità, naturalezza e l’occasione di dire le cose giuste, quelle che potrebbero influenzare decisioni, eventi importanti, evitare conflitti, anche su larga scala.

I cimiteri sono pieni di madri che piangono i loro figli assassinati. Tutte insieme, sia le madri dei terroristi islamici sia quelle dei patrioti algerini, delle donne sventrate, dei bambini sgozzati. Le madri non si odiano sperano solo che torni la pace; sono loro, gli uomini a farsi la guerra. Noi donne vorremmo solo la convivenza pacifica. (Salima Ghezali, giornalista algerina)

Per molte donne, la tendenza a salvaguardare una psuedo-armonia è talmente radicata da rendere impossibile sopportare lo smacco emotivo di un’eventuale disapprovazione. Dobbiamo decidere di non avere paura ad usare la voce per esprimere e rivelare noi stesse, anche quando crediamo che i nostri valori possano non essere condivisi. Dobbiamo decidere di usare il linguaggio universale dell’amore che implica, inevitabilmente, il rischio di mettere in fuga, ma che reca con sé nuove opportunità che spingeranno le relazioni, e con esse il mondo, in direzioni oggi inimmaginabili.

Prima che una donna rimanga senza parole anche l’usignolo avrà finito le sue canzoni. (Proverbio spagnolo)

Vedo, riconosco e incontro ogni giorno, la straordinaria diversità compresa in ogni genere. L’uso di una «stenografia” che qualcuno, a ragione, potrebbe trovare stereotipata e classificante, nonché inadeguata a rendere giustizia alle singole differenze, è essenziale alla trasmissione di una genesi particolare dal contenuto universalizzabile. Nemmeno ritengo che la spiegazione vada confusa con la giustificazione è piuttosto lo strumento attraverso cui interrompere o modificare un sistema di credenze, e di comportamenti che ne conseguono, il cui fallimento ci si palesa oggi in tutta la sua carica distruttiva.

Sviluppare e Comunicare amore

L’amore è rischio.

L’amore è scoprirsi.

L’amore è verità.

L’amore è progetto.

L’amore è scegliere.

L’amore è dignità.

L’amore è integrità.

L’amore è dare senso.

L’amore è conoscenza.[11]

Non sappiamo ancora cosa sia veramente l’amore. L’amore non fa «scoop», l’amore non si compra e perciò all’amore non si fa pubblicità. Non sappiamo ancora come amarci in reciprocità e rispetto perché non esiste un modo unico di donare amore. Prudentemente, possiamo convenire sul fatto che l’amore è un intensa esperienza spirituale che implica sacrificio, dono di sé, che chiama e rigenera elevate qualità interiori di onestà, umiltà, pazienza, compassione e gentilezza. Con sperimentata certezza, possiamo invece stabilire cosa impedisce l’amore. La spiegazione ci proviene anche dalle sacre scritture: [12]

Nell’amore non c’è timore. Al contrario l’amore perfetto scaccia il timore.(I Giovanni 18-4)

L’amore è una luce che non dimora mai in un cuore posseduto dalla paura. (citato da Baha’u’llah)

Entrambe le citazioni ci illuminano su quale sia la più comune e pericolosa barriera allo sviluppo dell’amore e alla capacità di comunicarlo. Le paure sono legittime e possono essere originate da diversi fattori; dai disastri provocati da esperienze di non amore, di amore non ricambiato, di amore insufficiente, di amore condizionato, di amore corrotto, di amore violento e depravato; dalla paura sociale di essere disapprovati, derisi, giudicati inadeguati a far parte del club degli old boys e delle donne emancipate.

Tuttavia, la capacità di amare, e non la malvagità, appartiene per natura a tutti noi per cui il male che vediamo esibirsi dietro le sue innumerevoli maschere è la rappresentazione dell’assenza di bene manifesto ed esercitato. Questo implica che l’innata capacità di amare non va data per acquisita ma, al contrario, va sviluppata ed allenata, metaforicamente, nello stesso modo in cui potenziamo il nostro fisico sottoponendolo ad estenuanti esercizi con i pesi. Se il muscolo non è esercitato anche sollevare pochi chili diventa faticoso ed è allora che si provano tutti quei sintomi fisici e psicologici che ci fanno desistere dall’impegno:

Sono stata iscritta in tutte le palestre della mia città e provincia. In psicologia esiste un termine, «coazione a ripetere», che definisce una sindrome di cui per molto tempo sono stata l’inconsapevole interprete. Con diabolica perfezione, mettevo in atto lo stesso, identico, perverso rituale; partenze a tutto gas, tabelle di marcia pesantissime, spinning, aerobica, step, GAG, ginnastica acquatica, yoga. In breve, se volete informazioni non esitate a contattarmi Alcuni potrebbero pensare che io sia afflitta da un’incurabile curiosità divorante, ma ammetto che la verità è assai meno affascinante. In preda a devastanti crisi di nervi da palestra, infatti, allenavo il cervello a pensare mille modi e scuse per non andarci.  (Alessandra Bonezzi, Reporter, 2001)

Ho cercato un esempio, credo da molti condiviso, per superare in modo ironico la difficoltà che il mio limite linguistico impone, di esprimere concetti che, in quanto frutto di ricerche interiori, sono di difficile espressione sul piano materiale. In altre parole, lo sviluppo delle nostre qualità non rientra nella sfera della fortuna: è un lungo, doloroso, faticoso cammino fatto di preparazione e allenamento, separazione e solitudine. Non tutti, non sempre, abbiamo il coraggio o anche solo la motivazione per affrontarlo, ma sempre più comprendo la verità che non si può amare e non si può comunicare amore se non si è entrati prima nel cammino dello sforzo e della disciplina che ogni crescita impone. La comunicazione autentica, quella che rende possibile la modificazione di noi stessi e l’accoglienza dell’altro, quel viaggio di andata verso, che sottende paura, sradicamento e spaesamento per far ritorno in un noi trasformato ed arricchito dall’esperienza della dimensione invisibile dell’altro, esige un alto grado di pulizia, di chiarezza interiore affinché, come specchi spolverati, possiamo rimandare all’esterno l’immagine integra della nostra interiorità.

Si parla in questo caso di esperienza empatica, ovvero di partecipazione nella conoscenza emotiva. La cosa è difficile da sopportare perché da un lato lo specchio che offriamo, e che ci viene offerto,  mostra  una immagine che non vorremmo vedere, dall’altro perché non la si può attuare se il sentimento dominante è la paura; solo quando non si teme di essere sopraffatti dall’altro possiamo permetterci di adottare tale prospettiva. Affinché l’empatia si traduca in esperienza è necessario quindi esercitarsi alla non paura. La non paura di includere la «diversità», di conoscere noi stessi e di riconoscerci come «altri» da, di sospendere il nostro sé ed infine di ristabilirlo.[13] Il processo empatico è essenziale alla ricerca di un significato comune, di una terra di mezzo sulla quale edificare con licenza delle reciproche differenze.

Chi si prenderà cura di questa terra? Sono verità, giustizia e compassione. (Canto tradizionale Maori)

Sperimentare lo shock da transizione[14]

A seconda di come lo si interpreta, il cambiamento assume significati misti. Chi lo percepisce come inizio di qualche cosa di nuovo, gli attribuisce normalmente un significato positivo e migliorativo; al contrario, chi confina il cambiamento alla fine, alla perdita o alla separazione da una condizione originaria conosciuta, tenta in ogni modo di evitarlo e di fuggirlo. E’ possibile, in questo caso, che l’eccesso di ansia, la tensione o il sovraccarico emotivo prodotti dall’evento diano luogo ad un fenomeno conosciuto come shock da transizione. Volere descrivere questo stato sarebbe come cercare di fotografare una classe di bambini che non stanno mai fermi. La foto di quella classe risulterà probabilmente mossa, ma forse quell’immagine dai contorni confusi[15] è quella che meglio rappresenta l’instabilità interiore che si esperisce in tali condizioni. La reazione ad un cambiamento, quando associato alla perdita, è «scioccante” perché accompagnata da un senso di disorientamento che richiede un immediato aggiustamento attraverso la ricomposizione di equilibri preesistenti. Ma, poiché i nostri «meccanismi” abituali si rivelano inadeguati ai nuovi bisogni, in questo modo non facciamo altro che creare maggiore frustrazione, un prolungamento dello shock e un ritardo nell’acquisizione di un nuovo schema di riferimento.

Supponiamo di atterrare su un altro pianeta. Assaliti da nuovi stimoli, disorientati e spaesati in territorio straniero, cercheremo di sopravvivere facendo leva sulle risorse che possediamo e aggrappandoci alla nostra vecchia visione del mondo. In un contesto «altro», la gamma di credenze, di simboli e di valori che trovavano significato e coerenza sul pianeta terra si dimostra insufficiente all’autoconservazione. La nostra stabilità emotiva e psicologica è messa a dura prova dall’ingresso in una nuova dimensione. I meccanismi di difesa che entrano in gioco per contrastare l’inconsistenza cognitiva che sperimentiamo, sebbene inefficaci alla comprensione, sono gli unici che conosciamo e perciò li difendiamo a spada tratta. Lottiamo per la conservazione della nostra vecchia visione del mondo creando difese che non sono utili nella nuova realtà. Queste «resistenze» conducono spesso ad una degenerazione delle nostre capacità poiché ansia e incapacità di controllo producono, se non vere e proprie barriere, comportamenti difensivi che bloccano sul nascere l’ingresso di nuove forme di vita e di pensiero allo scopo di preservare il vecchio ordine. Lo shock da transizione, nella sua accezione migliorativa, può portare ad un passaggio evolutivo importante; sperimentando se stesso e gli altri in modo nuovo, l’individuo può elevarsi a nuovi livelli di conoscenza e di consapevolezza, ad un significativo sviluppo personale come risultante di un itinerario fatto di introspezione, contrasto e confronto. Per quanto «spaventoso» il percorso possa apparire, è innegabile che gli individui più innovatori sono coloro che Hannerz definisce «uomini ai margini», ovvero persone che, nello sforzo di conoscere, si sono calate fino in fondo in esperienze e dimensioni alternative generando una nuova conoscenza dell’uomo e nuove visioni del mondo.

Includere l’esterno

Se la mia conoscenza di una cosa è immensa e sconfinata posso darla a voi. Perciò la mia responsabilità nei confronti di me stesso è rendermi immenso, pieno di conoscenza, pieno di amore, pieno di comprensione, pieno di esperienza, pieno di tutto, perché possa dare tutto a voi e perché voi possiate prenderlo e servirvene per cominciare a costruire.[16]

UBUNTU è una straordinaria parola bantu che sintetizza il concetto africano di umanità; sono umano perché partecipo, appartengo, condivido. Tanto più entriamo nel processo tendente alla comunicazione autentica, tanto più facciamo esperienza del rapporto dialogico, a volte conflittuale ma mai gratuito, tra noi e l’esterno, il mondo a cui apparteniamo e da cui contemporaneamente ci differenziamo.

A meno che non siamo in grado di spostarci, in modo naturale ed immediato, nel nuovo campo visuale, difficilmente il dialogo tra il noi particolare e le altre particolarità sarà pacifico. Questo da origine a comportamenti di tipo egoistico, di «trattenimento» o difesa di ciò che pensiamo appartenerci trascurando il fatto che questa modalità relazionale non realizza alcun processo di scambio, e dunque di crescita e progresso, sulla via della reciproca conoscenza.

Amadou Hapậté Bậ, lo scrittore maliano divenuto celebre per la frase pronunciata all’assemblea dell’UNESCO, «In Africa, ogni anziano che muore è una biblioteca che brucia», scrive, «la conoscenza è l’unica fortuna che si può donare interamente senza che per questo diminuisca». L’inclusione dell’esterno può anche rappresentare la possibilità di evolvere rispetto a chi siamo già,  poiché espande il campo di osservazione rendendolo al contempo periferico e globale, ma presuppone la disponibilità a trasferirsi sul piano della globalità a partire dalla propria località e la capacità di adottare un linguaggio comunicativo/relazionale universale. Il disagio, e la conseguente resistenza ad attraversare il passaggio, è dovuto alla condizione di temporaneo caos ed insicurezza che temiamo di dovere sperimentare abbandonando il nostro certo e alla paura di perdere ciò che pensiamo di aver conquistato in termini di libertà individuale.

Amare in libertà

Amatevi l’un l’altra, ma non fatene una prigione d’amore:

piuttosto vi sia tra le rive delle vostre anime un moto di mare.

Riempitevi a vicenda le coppe ma non bevete da una coppa sola.

Datevi cibo a vicenda, ma non mangiate dello stesso pane.

Cantate e danzate insieme e siate giocondi, ma ognuno di voi

Sia solo, come lo sono le corde del liuto, sebbene vibrino di musica eguale.

Datevi il cuore, ma l’uno non sia rifugio dell’altro,

Poiché soltanto la mano della Vita può contenere i vostri cuori.

Ergetevi insieme, ma non troppo vicini:

Perché il tempio ha colonne distanti,

E la quercia e il cipresso non crescono l’uno all’ombra dell’altro. (Gibran, Il Profeta)

Nella ricerca di un compagno o di una compagna, la maggior parte di noi cerca il soddisfacimento del desiderio di donare e ricevere affetto. Sebbene più raffinate rispetto ad epoche precedenti dell’evoluzione umana in cui la relazione era fondamentalmente un atto fisico, le modalità con cui amiamo e desideriamo essere amati non possono ancora considerarsi espressioni di amore vero. I nostri cuori sono ancora colmi di sentimenti egoistici ed individualistici che si manifestano con atteggiamenti di possesso e di esclusività sulla persona amata. In questo senso, non possiamo affermare di avere raggiunto l’apice della nostra maturità ma, percorrendo il cammino della crescita e della consapevolezza, ovvero dell’accettazione del nostro essere essenzialmente spirituale e dell’abbandono della nostra parte animale della quale l’egoismo è la componente principale, canalizzando le nostre energie nello sforzo costitutivo di una conoscenza più elevata, i sentimenti, e con essi il modo umano di manifestarli, ne risulteranno nobilitati.

I versi di Gibran suggeriscono che la chiave per amare ad un livello superiore sta proprio nel rendersi liberi da forme di vita simbiotiche e da attaccamenti egoistici, rispettivamente appartenenti allo stadio dell’infanzia e dell’adolescenza, per dirigersi verso forme di relazione con noi stessi e con gli altri che non implichino la rinuncia ai nostri desideri profondi o la negazione del nostro valore singolare. Con le stesse modalità di un mosaico in cui il frammento compone e realizza l’unità dell’opera, incontrandosi, interagendo ed affiancandosi, e non sovrapponendosi, gli individui compongono il disegno della vita trovando al contempo il loro posto nel mondo.  E’ quindi attraverso la relazione, sinceramente finalizzata alla ricerca di senso comune, che troviamo significato come esseri particolari al contempo universali. Il senso è dunque la relazione.

Chi confortiamo nei momenti lenti e penosi del loro venire al coraggio ci conforta nella nostra tentazione impaurita di rinunciare al valore quotidiano di ciò che incarna la relazione. [17]

Estendere l’amore

È comunque certo che l’amore non ha limiti rispetto al colore della pelle, all’appartenenza ad un’etnia, ad una nazione o ad uno stato: soprattutto l’amore non ha sesso. (Erena Rangimeri Rere Omaki Rhose, donna medico Maori)

La famiglia è la culla entro la quale uomini e donne vengono preparati ad assolvere la loro funzione sociale, morale e spirituale di domani. Entrambe le parti di una coppia dovrebbero essere in grado di contribuire in egual misura, seppure in modo diverso, al soddisfacimento dei bisogni materiali ed affettivi del nucleo. Allargando la visuale da famiglia nucleare a famiglia umana, si può ben comprendere quanto il benessere dell’umanità sia intrinsecamente legato al benessere del nucleo. Malgrado l’ovvietà dell’affermazione, notiamo che questa non si traduce in pratiche innovative in grado di contrastare i danni che la degenerazione dei legami famigliari sta trasferendo su tutto il sistema delle relazioni umane. Quando Latouche scrive «perché le cose possano cambiare, per poter concepire soluzioni realmente originali e innovative, è necessario cominciare a vederle in modo diverso»[18] esprime la necessità urgente di spostare l’ordine delle priorità, oggi prevalentemente produttive e consumistiche, e fare posto a valori ed obiettivi di vita diversi che valutino i vantaggi economici e sociali del tempo dedicato ad attività di scambio «umano” e non solo commerciale. L’allontanamento dalle fasi dell’infanzia e dell’adolescenza, ed il conseguente ingresso nella stagione della maturità, implica anche l’accettazione del nostro stato di interdipendenza e la partecipazione a forme di relazione umana più avanzate; implica il rifiuto e la sottrazione da tutte le pratiche di violenza esercitate dentro la relazione; implica la ricerca di nuovi strumenti poiché è impossibile raggiungere nuove mete usando i sistemi del passato.

Questo è il giorno in cui ogni uomo deve palesare le gemme di costanza nascoste nella miniera del suo intimo essere. O genti di giustizia! Brillate come la luce e splendete come il fuoco che divampò dal Roveto Ardente. Senza dubbio, lo splendore del fuoco del vostro amore fonderà e unificherà i popoli e le tribù della terra in lotta, mentre la violenza della fiamma dell’inimicizia e dell’odio non può ingenerare altro che guerra e rovina.[19]

Per secoli l’uomo ha operato, con ogni mezzo conosciuto, per distruggere la fiducia delle donne nel loro potere, per diminuire il rispetto di sé stesse e per renderle disposte ad accettare una vita dipendente e soggiogata[20] tuttavia, è un grave errore da parte delle donne quello di voler trasformare il pieno diritto di potersi affrancare da uno stato di schiavitù culturale in una lotta gratuita tra i sessi basata su forme di compressione identitaria o, peggio ancora, sulla costrizione in copioni maschili per trovare spazio e voce nel dibattito pubblico. Rabbia, umiliazioni e rancori, nel presente e del passato, devono piuttosto invitare ad intraprendere il cammino della piena consapevolezza di un’identità di genere per potere, in forza della «differenza» e non della rassomiglianza, influenzare il cambiamento. Fino ad ora è stata la donna a «trasferirsi» sul pianeta uomo ed ad accettare la condizione di solitudine, di estraneità, di adattamento e di non riconoscimento che ogni abbandono della propria terra implica. Anche per l’uomo giungerà il momento di sconfinare in una terra altra dalla sua, di riconoscere ed esercitare le qualità femminili di sensibilità e di vulnerabilità che risiedono in esso, ma è alla donna che spetta ancora il compito di condurlo a questo passo e finché essa non troverà la via del ritorno spirituale, finché essa non si rimpossesserà di un linguaggio affettivo originario, l’uomo resterà in balia dalla materia che domina la sua impronta, poiché è la donna che con la sua sensibilità può cogliere e trasmettere la profonda verità del non si può avere amore ma essere amore.

Non essere violento nell’amore

Non essere violento nell’amore

Con coloro che ora ti hanno abbandonato.

Manda loro, di tanto in tanto,

dei segni che tu non sei cambiato.

Segni di un’amicizia coltivata

Nonostante l’oblio.

Segni che fanno esplodere

Le più intime contraddizioni.

Segni che facendo star male

Possono riaccendere la voglia di vivere.

Credendo nell’amore gli amici ritorneranno

Non per rivivere il passato

Ma per donare un senso alla speranza

Di una possibile relazione,

Ricompensa di una lunga attesa

Di chi non è violento nell’amore.[21]

 

 

[1] Salman Rushdie, La Vergogna (Garzanti, 1983).

[2] Luce Irigaray, Amo a te (Bollati Boringhieri, 1993).

[3] Jared Diamond, Armi, acciaio e malattie. Breve storia del mondo negli ultimi tredicimila anni (Einaudi, 1998).

[4] Silvia Vegetti Finzi, «Chiara: una donna nuova», in Luce Irigaray, Il respiro delle donne (Bompiani, 1996).

[5] Antoine Saint-Exupéry, Il piccolo principe (Bompiani, 1994).

[6] Marco Aime, Eccessi di culture (Einaudi, 2004).

[7] Marc Augé, Il senso degli altri (Bollati Borinhieri, 1995).

[8] Paola Leonardi, Il coraggio di essere noi stesse (Baldini & Castoldi, 2003).

[9] Marco Aime, Eccessi di culture (Einaudi, 2004).

[10] Adriana Zarri, «Una teologia della vita» in Luce Irigaray, Il respiro delle donne (Il saggiatore 1996).

[11] Valerio Albisetti, Amore (Paoline, 1996).

[12] Erik Blumenthal, Believing in Yourself (Oneworld, 1997).

[13] Michael J. Bennet, «Symphaty and Emphathy». in Basic Concepts of intercultural Communication. Selected readings (Milton J.Bennet – Intercultural Press Inc., 1998).

[14] Michael J. Bennet, «Transition Shock: Putting Culture Shock in Perspective», in Basic Concepts of Intercultural Communication. Selected readings (Milton J.Bennet – Intercultural Press Inc., 1998).

[15] Marco Aime, Eccessi di culture (Einaudi, 2004).

[16] Leo Buscaglia, Vivere, amare, capirsi (Mondatori, 1996).

[17] Carter Heyward, «Al principio è la relazione», in Luce Irigaray, Il respiro delle donne (Il saggiatore, 1996).

[18] Serge Latouche, Decolonizzare l’immaginario….Ovvero farsi uscire il primato economico dalla testa.

[19] La Tavola del mondo in Tavole di Baha’u’llah (Casa Editrice Baha’ì, 1981).

[20] Elizabeth Cady Stanton, Declaration of Sentiments (Seneca Falls Declaration, 1848).

[21] Valentino Salvoldi, Tenerezza (Ellenici, 2004). Sintesi di una discussione con un giovane cileno, medico in uno sperduto villaggio del Burundi. Abituato a lunghi silenzi e alle lunghe attese, mi fece dono della sua «arte di amare».